Lo stratego Tucidide: tra storia, marittimità e politica internazionale

    Diego Bolchini

    Nell’ambito della storiografia del V secolo A.C., Erodoto e Tucidide rappresentano due modelli distinti e per certi versi complementari: la storia etnografica e antropologica (Erodoto) – per alcuni commentatori antichi spinta sino ai limiti del “filo-barbarismo” – vs. la storia analitica ed il realismo politico (Tucidide), proteso a individuare le invarianti dell’animo umano nella dialettica ricorsiva tra ἔργα (azioni) e λόγοι (discorsi).

    In Erodoto di Alicarnasso (oggi Bodrum, città costiera della Turchia) si ritrova allora il gusto narrativo con elementi geografici e forme poetiche, il valore e la conservazione della tradizione, il rifiuto dell’etnocentrismo e il contestuale studio delle diversità culturali.

    In Tucidide, storico e militare, generale della flotta ateniese nel V secolo A.C avente il ruolo di stratega di flotta, ci si concentra sui momenti di crisi della storia (c.d. momenti dinamici) in prospettiva monografica, indagando su singoli eventi. Su un piano formale, Tucidide adopera la raffinata tecnica sofistica – già adottata nella prassi dei tribunali greci antichi – delle coppie oratorie antitetiche.

    In questo senso, una prima importante affermazione “dualista” attribuita a Tucidide è la seguente: «la nazione che pone una grande distinzione tra i suoi intellettuali e la sua classe militare avrà un modo di pensare poco avvezzo al coraggio e all’azione e un modo di combattere da folli» [1]. Il filosofo inglese Thomas Hobbes, ammirando Tucidide, nel 1628 fu il primo a tradurre le sue Storie in inglese direttamente dal greco antico.

    Il valore della storia: politica e lezioni apprese

    Proprio facendo riferimento all’impianto storiografico tucidideo, nel contesto del dibattito tra imperialismo ateniese del V sec. A.C. e la neutralità dichiarata dell’Isola di Melo, il grecista austriaco Albin Lesky (1896-1981) intravede nel c.d. dialogo dei Melii un vero e proprio “saggio di fisiologia e patologia della potenza”, capace di attraversare i secoli e conservare intatto un valore conoscitivo nell’ambito delle relazioni internazionali [2].

    Sembra fargli eco – nella prospettiva del valore conoscitivo e cumulativo del pensiero antico – lo storico Niall Ferguson, ricordando come «l’attuale popolazione mondiale costituisce circa il 7% di tutti gli esseri umani che sono mai vissuti sulla terra. In altre parole, il numero dei morti supera quello dei vivi, per un rapporto di 14 a 1. E se ignoriamo l’esperienza accumulata da questa parte preponderante dell’umanità lo facciamo a nostro rischio e pericolo»[3].

    Atene e Sparta

    Da parte sua il grecista italiano Dario del Corno (1933-2010) nella sua introduzione alla traduzione del c.d. dialogo dei Melii [4] riprende diversi spunti di interesse storico-navale nel contesto del confronto Atene/Sparta.

    Il potere marittimo ateniese si basava nel V secolo A.C. sullo strapotere della sua flotta e l’egemonia della città nella confederazione di Delo (o lega delio-attica), che raccoglieva quasi tutte le isole e numerose città costiere dell’Egeo aventi obbligo di cooperazione navale-militare.

    Di fatto Atene era una potenza marittima, in virtù di mezzi finanziari superiori, mentre Sparta all’origine era una potenza maggiormente “continentale”, con un rilevante strumento terrestre di opliti. In senso comparativo rapportato all’attualità, è interessante anche notare come l’addestramento spartano durasse circa 13 anni (dai 7 ai 20 anni), di contro alle circa 30 settimane necessarie per formare oggi – partendo da una base di formazione già acquisita – un SAS britannico [5].

    Per l’economista francese Jacques Attali alle origini «Sparta è una città agricola che utilizza molti schiavi stranieri, mentre Atene un piccolo porto commerciale interamente rivolto al largo. Gli spartiati, contadini e sedentari, diventano una nazione militare per paura dei loro stessi schiavi mentre gli Ateniesi, mercanti letterati e marinai, si dotano di una straordinaria flotta per difendersi dai propri vicini»[6].

    La supremazia ateniese, basata anche sulla qualità della sua cantieristica e sull’abilità tecnica dei sui rematori, fu infine sconfitta nel tempo per tre motivi principali[7]:

    • L’apertura di un nuovo teatro di confronto da parte di Atene su Siracusa e la Sicilia;
    • l’accordo “cantieristico” raggiunto tra Sparta e la Persia, che consentì di annullare il gap spartano nei confronti di Atene;
    • lo strangolamento economico da parte di Sparta sulla linea vitale del grano del Mar Nero, con il controllo dei Dardanelli.

    In relazione a questa strategia “indiretta” di azione, appare significativa l’affermazione attribuita al navarco (comandante di flotta) spartano Lisandro: “Dove non arriva la pelle di leone, bisogna cucirci sopra quella di volpe”.

    Tale atto finale bellico da parte di Sparta pare prefigurare, per altro verso, anche il concetto di “punto decisivo” di Alfred Thayer Mahan (1814-1914), nell’ambito del dominio del mare che permette il controllo delle linee di comunicazione e di quelle commerciali.

    Poco più di secolo dopo le riflessioni di Mahan, l’Ammiraglio statunitense – di antica ascendenza greca – James G. Stravridis, già Comandante Supremo della NATO in Europa (SACEUR) e  Dean della Fletcher School of Law and Diplomacy alla Tufts University pubblica nel 2017 il libro “Sea Power: The History and Geopolitics of the World’s Oceans”. Nel suo testo, tra i vari autori richiamati, non manca lo storico e stratega Tucidide. Assieme a personalità più propriamente “anglosferiche” quali George Washington, Horatio Nelson e William Shakespeare.

    Conclusioni: l’eredità e la trasversale attualità tucididea

    È interessante osservare come nel contesto degli studi di politica internazionale Tucidide sia considerato anche precursore della c.d. teoria delle transizioni egemoniche, valutando al suo tempo l’ascesa del potere di Atene e il conseguente timore che suscitò in Sparta come un fattore centrale dello scoppio della guerra del Peloponneso.

    Diversi autori di scienze sociali e politiche attribuiscono ancora oggi un valore euristico significativo al pensiero politico-psicologico di Tucidide, al quale è tra l’altro consacrato dal 1999 un centro studi francese (Centre Thucydide – Analyse et recherche en relations internationales) presso l’Université Panthéon-Assas-Paris 2. Egli viene qui definito come un des maîtres de la géopolitique comme de l’analyse des conflits et de la compétition pour la puissance entre entités politiqueshumaniste et réaliste, sa pensée est pleinement moderne [8].

    Parimenti, lo studioso britannico Colin Gray dell’Università di Reading (Regno Unito) ha proclamato alla Nato Multiple Futures Project Conferencea Bruxelles nel 2009 il suo massimo rispetto per lo storico greco che individuava nella paura, nell’onore e nell’utilità i tre poli pulsionali eterni dell’animo umano[9].

    Il Presidente cinese Xi Jinping lo ha citato a suo volta in una conferenza a Seattle nel 2015 e l’analista statunitense Graham Allison lo ha rievocato in un suo recente (2017) libro (Destined for War: Can America and China escape Thucydides’s Trap?) quanto approccia i rapporti odierni tra Usa e Cina con categorie tucididee ed esamina i rischi insiti nella sua potenziale “trappola”.

    In Italia Anna Caffarena (2018), docente dell’Università di Torino, si è recentemente interrogata sul fatto che la politica internazionale sembra non cambiare mai e che immagini potenti – proprio come quella della trappola tucididea tra due attori geopolitici – siano ancora saldamente insediate nell’attualità e nella narrativa delle rappresentazioni di potere e di paura [10].

    La pervasività dell’attrazione delle categorie elaborate da Tucidide riecheggia ancora nel 2019, laddove sul sito online dell’IISS (International Institute for Strategic Studies) di Londra si legge testualmente: «Fear, honour and interest. Politics by other means. Whether one elects Thucydides’ or Clausewitz’s definition of warfare, its motives have a constancy over time» [11].

    Al di là di ogni riflessione giuridica, valutazione politico-umanitaria o dialettica tra etica delle intenzioni e etica della responsabilità [12], anche la questione delle grandi migrazioni contemporanee pare indurre e proporre una più generale riflessione tucididea.

    Ovvero: i grandi flussi umani muovono più per δέος (paura) dei propri simili – magari connazionali, etnicamente affini, tribalmente collegati, eppure esistenzialmente antagonisti – o per ὠφελία (utilità), tesa ad una vita migliore, proiettando una astrazione ideale su un “Occid-Ente” che diventa nuova entità Geo-Politica cui attribuire senso e significato valoriale?

    Una entità che si pone in incessante riflessione biunivoca lungo il ciclo idee-fatti-idee. Dunque, da “agire” in una gamma diversificata di possibilità inter-attive, tra fisiologia e patologia: scoperta, apprezzamento, assimilazione, modificazione, o in casi estremi anche rifiuto – aderendo a “sirene” nichiliste e destruens.

    Note

    [1] The Encyclopedia of War, Dorling Kindersley, London, 2012, pag. 421.

    [2] Albin Lesky, Storia della Letteratura Greca, Mondadori, 1969.

    [3] Niall Ferguson, Occidente, Ascesa e Crisi di una Civiltà. Mondadori, 2012. Ferguson nelle sue considerazioni introduttive di metodologia storica prosegue argomentando che «lo storico può comunicare con i morti ricostruendo con la propria immaginazione le loro esperienze».

    [4] Dario Del Corno, Antologia della Letteratura Greca, Principato, 1998.

    [5] The Encyclopedia of War, Dorling Kindersley, London, 2012, pag. 361.

    [6] Jacques Attali, Breve Storia del Futuro, Fazi Editore, 2007.

    [7] The Encyclopedia of War, Dorling Kindersley, London, 2012, pag. 23.

    [8] Le Centre Thucydide – Presentation [http://www.afri-ct.org/presentation/consultato il 12.01.2019]

    [9] Colin Gray, Nato Multiple Futures, Bruxelles Presentation, Working Paper [http://www.act.nato.int/images/stories/events/2009/mfp/mfp_surprise_prediction.pdfconsultato il 12.01.2019]

    [10] Anna Caffarena, La Trappola di Tucidide e altre Immagini, Il Mulino, Bologna, 2018.

    [11] International Institute for Strategic Studies (IISS), The rationale behind our research– War, Power, Rules [https://www.iiss.org/research/war-power-rulesconsultato il 12.01.2019]

    [12] Alessandro Marrone, “Controllo dei Confini, Mediterraneo e Ue” [https://www.affarinternazionali.it/2019/01/migranti-italia-ridotto-sbarchi/consultato il 12.01.2019]Dove si legge il seguente dualismo teoretico: «Secondo l’etica delle intenzioni, per principio il rischio della morte in mare di migranti deve spingere il dispositivo di ricerca e soccorso ad agire il più possibile… Secondo l’etica della responsabilità, bisogna considerare non solo i principi ma anche e soprattutto la realtà, incluse le conseguenze non intenzionali delle proprie azioni: più si aumenta il soccorso in mare, più le reti criminali di trafficanti di esseri umani sono facilitate nell’usare imbarcazioni malridotte per la traversata del Mediterraneo, e più potenziali migranti sono incentivati a tentare la sorte». Il dualismo/distinzione è stato originariamente formulato da Max Weber attraverso le categorie di Gesinnungsethike Verntwortungsethik descritte anche dal politologo fiorentino Giovanni Sartori (1924-2017) in G. Sartori, La Corsa Verso il Nulla, Mondadori, 2015, pag. 69.