Un nuovo membro nella “famiglia allargata” della NATO

    Corrado Fulgenzi

    Il 27 marzo 2020 rimarrà una data storica per la Macedonia del Nord, poiché con la sua inclusione come 30° membro della NATO, finalmente potrà ambire ad una stabilità e a una serenità geopolitica.  Un traguardo agognato sin dalla sua indipendenza dalla ex Jugoslavia nel 1991 che combacia perfettamente con l’obiettivo di stabilizzazione dei Balcani sostenuto dall’Alleanza Atlantica. L’ufficialità dell’ingresso macedone è arrivata dopo un anno dalla firma del protocollo di adesione avvenuta il 6 febbraio 2019. Prima doveva esser risolto il contenzioso tra Grecia e Macedonia del Nord riguardante l’omonimia tra il nome istituzionale della repubblica macedone e la regione settentrionale greca, motivo per cui il Parlamento greco aveva deciso per il veto. L’ultimo passaggio burocratico per l’europeizzazione politica della repubblica macedone è la sua integrazione nell’Unione Europea, ma visti i tempi difficili che sta attraversando è difficile pensare che possa riuscirci in tempi brevi.

    Durante la cerimonia di benvenuto il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha sottolineato il coraggio con cui è avvenuto questo grande passo storico della Macedonia del Nord, prima nel concedere soddisfazione alla Grecia sul nome e poi nell’ aver scelto di aderire alla “grande famiglia NATO”, che tradotto in termini più semplici significa: un alleato in più per gli Stati Uniti ed uno in meno per la Russia.

    Quali sono le implicazioni geostrategiche?

    Come rimarcato sia da Stoltenberg e sia dal portavoce della delegazione macedone la stabilità dei Balcani è una questione di primaria importanza. Una stabilità ricercata nell’isolare momentaneamente Stati “scomodi” come la Serbia – per altro ancora legata a Mosca e pertanto una potenziale minaccia –, con l’intenzione di neutralizzare preventivamente ogni revanscismo o di attendere uno sviluppo politico, sociale ed economico in Stati instabili come lo sono ancora la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo. Essere membro NATO significa aver raggiunto stabilità interna e di conseguenza esser garante di sicurezza internazionale. I Balcani sono stati storicamente il tallone d’Achille dell’Europa, il punto da cui sono iniziate le più grandi crisi europee del XX secolo dalle Guerre Balcaniche (la prima nel 1912-1913 e la seconda nel 1913) alla balcanizzazione della Jugoslavia.

    Perché stabilizzare la Macedonia del Nord?

    Oltre ai meri fini geostrategici vi è anche una questione geopolitica di fondo, un fenomeno che negli ultimi anni ha minato la solidità europea: la costante delle migrazioni. Le guerre, in particolare quelle civili, causano lo spostamento di milioni di persone, costringendole ad emigrare, anche temporaneamente, verso regioni con migliori condizioni e maggiori speranze di vita, verso il cuore dell’Europa. Stati con una eterogenea composizione etnica-religiosa come la Macedonia del Nord – etnicamente oltre alla maggioranza macedone (64.2%), vi è una rilevante comunità albanese (25.2%) e poi la presenza di minoranze con un forte peso geopolitico come quella turca (3.9%) e quella serba (1.8%); mentre la composizione religiosa vede una netta divisione tra macedoni ortodossi (64.8%) e musulmani (33.3%) – sono terreni fertili per movimenti secessionisti che potrebbero inaugurare un nuovo periodo di tensioni e guerre civili, esiziali per l’Europa ma utili per Stati con mire imperialistiche (allargamento della propria influenza) come ovviamente la Russia e la Turchia. Quest’ultima ha già usato come deterrente la popolazione siriana contro Bruxelles per continuare la propria campagna militare in Siria.

    Merita una piccola digressione il tema della Turchia. Il forte sentimento nazionalista propugnato dal presidente Recep Tayyip Erdogan non si ferma ai propri confini, ma si estende universalmente a tutti i turchi (in particolare pro-Erdogan). Pertanto, se dovesse accadere una qualsiasi disgrazia a dei suoi connazionali avrebbe a disposizione un diritto di ingerenza da non sottovalutare.

    Il fatto che la Turchia ma soprattutto la maggior parte degli Stati con minoranze turche – Bulgaria, Macedonia del Nord, Romania – siano membri NATO riduce quasi a zero la possibilità di interventi militari a sostegno delle minoranze turche, avendo così ridotto una qualsiasi mossa propagandistica imperialista in questa regione da parte di Erdogan, ultimamente poco affidabile. In sostanza: prevenire è meglio che curare.

    Infine, rimane la spinosa questione del Kosovo.

    Il piccolo Stato autoproclamatosi repubblica, non ancora riconosciuto da Serbia e Bosnia-Erzegovina, da quando si è reso indipendente nel febbraio 2008 non è riuscito a trovare una propria stabilità politica: i quattro governi che si sono succeduti fino ad oggi non hanno mai terminato il proprio mandato di quattro anni. L’ultimo governo è caduto il 25 marzo.  Questa precarietà la rende “invalida” agli occhi degli europei per un suo ingresso sia nell’Unione Europea sia nella NATO. Per quanto riguarda quest’ultimo, il percorso che si spera che avvenga per il Kosovo, è quello avuto da Albania e Macedonia del Nord, infatti tutti e tre condividono l’etnia albanese. Essere membri NATO significa di conseguenza anche protezione (indiretta) dei propri fratelli, soprattutto nel caso kosavoro. Infatti, se dovesse presentarsi una nuova minaccia diretta dalla Serbia, Albania e Macedonia del Nord non rimarrebbero a guardare i propri fratelli albanesi-kosovari soccombere per mano serba. Impedire l’insorgenza di nuove guerre balcaniche per permettere una coesistenza basata su un rapporto di reciprocità difensiva, da cui ne avrebbe beneficiato l’intera Europa.