Moldavia: un paese diviso

    Alessandro Fanetti

    La Repubblica di Moldavia è un Paese racchiuso tra la Romania a occidente e l’Ucraina a oriente, abitata da 3,5 milioni di persone. La sua capitale è Chișinău, la quale vanta circa un quinto della popolazione totale della Nazione. La Forma di Governo è di tipo parlamentare, con un Presidente della Repubblica e un Primo Ministro. Il suo trascorso come Stato facente parte dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) è ancora oggi foriero di una delle questioni più rilevanti nel panorama politico, sociale ed economico del paese: la sua divisione “de facto”.

    Infatti, se dal lato occidentale è presente un Governo riconosciuto dalla Comunità Internazionale, dal lato orientale esiste invece uno “Stato indipendente” chiamato Transnistria (con capitale Tiraspol). Quest’ultimo si richiama alla Moldavia sovietica, utilizzando i simboli e le effigi del tempo.

    Ancora oggi i suoi leader, per mantenere il potere, fanno leva sul socialismo (più a parole che con i fatti) in quanto esso è ancora ben visto da una significativa parte di popolazione nostalgica di quei tempi e/o convinta di quei valori. Questa situazione dura ormai dal 1990, anno della proclamazione dell’indipendenza di quest’ultima dal resto della Nazione, con conseguente guerra civile (foriera di centinaia di morti) della durata di due anni e successivo armistizio.

    Ad oggi, dopo quasi trent’anni, la situazione non sembra vicina ad una soluzione definitiva. La motivazione principale di tale immobilismo va ricercata proprio nella posizione geografica della Moldavia e nei suoi trascorsi politici passati, difficilmente accantonabili anche ai giorni nostri. Infatti, tale paese è,  fin dalla caduta dell’URSS, “tirato per la giacca” sia dal mondo occidentale (in primis Unione Europea e NATO) sia dalla Russia.

    Nello specifico, Washington e Bruxelles hanno tutto l’interesse ad allargarsi verso Est, espandendo la loro zona d’influenza, mentre Mosca non vede di buon occhio la perdita di “peso” vicino ai suoi confini e l’avvicinamento di potenze considerate ostili. Non è un caso, infatti, che oltre ai problemi presenti in Moldavia, si registrano anche gravi e simili situazioni, ad esempio, in Georgia (con l’esistenza dell’autoproclamatesi Abkhazia e Ossezia del Sud) e in Ucraina (con l’esistenza delle autoproclamatesi Repubbliche Popolari di Lugansk e di Donetsk).

    Questo pericoloso “gioco” tra potenze è reso possibile soprattutto dal fatto che, in tutti questi paesi, le popolazioni si dividono “alacremente” tra chi è filorusso, chi si professa neutrale e chi odia profondamente la ex “madrepatria”, facilitando chi “soffia sul fuoco” delle separazioni e delle crisi. Dunque, le grandi e decisive sfide geopolitiche (riguardanti l’est Europa) dell’UE, degli USA e della NATO da un lato e della Russia dall’altro sfociano in tensioni e problemi di difficilissima risoluzione, con la popolazione che ne paga le conseguenze più gravi.

    Emblematica è, appunto, la situazione Moldavia-Transnistria. La dolorosa divisione avvenuta nel 1990-1992 è stata motivata, infatti, proprio dal rinnovato spirito nazionalistico ed antisovietico del “nuovo corso” da un lato e la popolazione russofona e filosovietica dall’altro (concentrata, appunto, proprio nella regione a Est del fiume Dnestr). Non è un caso, dunque, che la “pacificazione” è avvenuta con l’intervento di Mosca (nettamente più forte militarmente del nuovo Stato moldavo) e la divisione del territorio così come la vediamo oggi, con le forze russe che presidiano la dogana e il territorio “secessionista”.

    Ad oggi, i politici moldavi si dividono  tra chi vuole un’adesione “senza se e senza ma” all’UE e alla NATO (soprattutto all’interno della compagine governativa e del Parlamento) e chi opta per una politica neutrale (nel rispetto del dettame costituzionale), equidistante tra la Russia e la combinazione USA/UE (la Presidenza della Repubblica). A tal proposito, la convivenza forzata tra il Presidente della Repubblica Igor Dodon (socialista e foriero di un rinnovato dialogo anche con Mosca) e il Governo guidato da Pavel Filip (filooccidentale ed europeista) non permette alla politica interna di concentrarsi pienamente e unitariamente per la soluzione dell’ “affaire” Transnistria.

     A complicare la già delicata situazione ci sono anche le mire della Romania (appoggiate da una parte minoritaria ma non ininfluente di popolazione), con Bucarest che non disdegnerebbe affatto di far tornare la Moldavia tra le proprie “braccia”, nonché la precaria situazione in Ucraina (con Mosca che potrebbe “utilizzare” la Transnistria per mettere in difficoltà le autorità antirusse di Kiev). Nonostante questa ingarbugliata situazione, una fiammella di speranza continua ad essere presente.

    Quest’ultima è rappresentata dal continuo dialogo tra le parti, sviluppato con la rodata formula del 5+2 (OSCE, Moldavia, Russia, Transnistria e Ucraina + USA e UE come osservatori). Esso, comunque, è decisamente complesso, avanza molto a rilento e con risultati, almeno fino ad ora, molto modesti (come il riconoscimento, da parte di Chișinău, dei diplomi di Laurea ottenuti in Transnistria).

    Se la fiammella di speranza potrà divenire un fuoco ardente lo vedremo con i risultati delle elezioni parlamentari del 24 Febbraio di quest’anno. Infatti, se i sostenitori del Presidente Dodon, come sembra, riusciranno ad avere la maggioranza in Parlamento, potremo avere il superamento dell’empasse attuale e sarà possibile veder concentrare tutte le forze a favore dell’unità della Nazione (magari con ampie concessioni alle regioni “non allineate”). Dunque, sia livello regionale che continentale e mondiale, un compromesso “al rialzo” tra tutti gli attori in gioco è auspicabile e assolutamente necessario, almeno per due motivi:

    • gli abitanti dei due territori ne trarrebbero giovamento, in quanto una Moldavia realmente unita è sicuramente più ricca e ha più potenzialità di sviluppo di una divisa
    • un accordo significherebbe la  pacificazione del paese (e quindi di una parte dell’est Europa), allenterebbe le tensioni fra le potenze in gioco (disinnescando i rischi, sempre presenti, di un confronto armato) e sarebbe un esempio positivo di risoluzione di questo tipo di controversie anche in altre Nazioni del Mondo.

    In conclusione, è possibile dunque affermare che la soluzione non può essere lo stallo perenne, la tensione continua, la ricerca di meri vantaggi personali o di potenza (come troppo spesso accade) e gli “sgambetti” che di volta in volta i paesi si fanno a scapito della stabilità e dello sviluppo regionali. La soluzione va ricercata testardamente e senza precondizioni inacettabili, attraverso il dialogo continuo e raggiungendo, punto per punto, dei compromessi che mettano al centro lo sviluppo e il benessere delle popolazioni e dell’ambiente nel quale esse vivono. A mio avviso, la neutralità della Moldavia è la strada giusta, da perseguire senza “strappi”, collaborando al fine di costruire uno Stato unito e prospero, con la Russia che non si senta più minacciata dall’avanzata dell’Occidente e con quest’ultimo che abbia in Chișinău un partner (in primis commerciale e culturale) affidabile e di alto livello.