Non c’è pace per la Libia: dimissioni di Al-Sarraj ad ottobre

    Francesco Fatone

    Dopo più di quattro anni il Capo del Consiglio presidenziale libico Al Sarraj ha annunciato le sue dimissioni per la fine di ottobre in una lettera al Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Ad oggi il futuro della Libia resta un rebus: il Paese è diviso da una guerra civile tra Tripolitania e Cirenaica e lo Stato Islamico rappresenta ancora una minaccia concreta. Nel frattempo le potenze mondiali guardano il conflitto e cercano di costruire relazioni con uno Stato che ancora deve rinascere dopo nove anni.

    Una scomoda eredità: dalla morte di Gheddafi alla conferenza di Roma

    Al momento della sua nomina a Primo ministro, Al Sarraj ha ereditato dai suoi predecessori uno Stato che ormai non esisteva più da quasi quattro anni. La Libia, dopo il 21 ottobre 2011, sembrava destinata ad una nuova vita con la morte di Gheddafi e con la fine della prima guerra civile libica ma la realtà sarebbe stata ben diversa dalle aspettative. Il 20 ottobre 2011 fu nominato come Capo di Stato ad interim della Libia Abd-Al Jalil, uno dei protagonisti della guerra civile, che da subito disilluse tutte le aspettative di una nuova Libia laica e democratica dichiarando, a pochi giorni dal suo insediamento, che la Sharia sarebbe stata alla base dell’ordinamento libico. L’anno di transizione che vide Abd Al Jalil al potere fu insufficiente a mettere le basi per un nuovo Stato e diede linfa vitale ai movimenti islamisti presenti in Libia. Il 7 luglio furono indette le elezioni parlamentari che videro la schiacciante vittoria dell’Alleanza delle Forze Nazionali e ad agosto il Consiglio nazionale di transizione passò i poteri al Congresso generale nazionale che elesse come Capo di Stato il 72enne Magarief, leader del Fronte di Salvezza Nazionale Libico.

    Nel maggio 2013 Magarief è costretto alle dimissioni a seguito dell’approvazione di una legge contro gli ex collaboratori del regime di Gheddafi da parte del Parlamento libico e fu sostituito da Busamhein dopo un mese. L’elezione di Busamhein fu condizionata dalla presenza dei partiti islamisti che erano diventati sempre più forti negli anni successivi alla prima guerra civile arrivando ad avere un ruolo centrale nel Congresso tanto da portare alla votazione l’applicazione della Sharia nel dicembre 2013 e ad estendere il mandato del Congresso che sarebbe dovuto scadere sempre nel 2013.

    I malumori dei libici si sarebbero cominciati a sentire nella prima parte del 2014 quando un ex generale di Gheddafi quasi sconosciuto al di fuori della Libia, Khalifa Belquasir Haftar, annunciò la sospensione del governo e l’Operazione Karama contro l’islamismo. Nello stesso anno Haftar attaccò le milizie filo-islamiste a Bengasi e la sede del Parlamento a Tripoli, conquistando le simpatie degli Emirati Arabi e dell’Egitto di Al Sisi che hanno aiutato il generale nella sua battaglia contro la “Libya Dawn” con supporto militare.

    Il 26 giugno 2014 il Congresso indisse nuove elezioni per la Camera dei rappresentanti e le regole cambiarono radicalmente: non si sarebbero presentati i partiti ma candidati indipendenti. Votò solo il 18% degli aventi diritto a causa della paura per gli scontri nella capitale ma nonostante la bassa affluenza gli islamisti furono sconfitti a favore di liberali e federalisti, a nulla servì l’operazione islamista Alba Libica per la conquista dell’aeroporto di Tripoli in mano agli alleati di Haftar. Con le nuove regole il nuovo Parlamento si sarebbe dovuto riunire nella città di Bengasi, per avvicinare le istituzioni alla parte est del Paese, ma la maggior parte dei parlamentari ritenne inopportuno riunirsi a Bengasi e preferì riunirsi a Tobruch, che era sotto il controllo del generale Haftar. Solo alcuni deputati legati all’islamismo decisero di non presentarsi a Tobruch e rimasero a Tripoli, facendo nascere così due governi in uno Stato: in Tripolitania rimase il vecchio Congresso Nazionale legato alle forze islamiste, mentre in Cirenaica l’ex Camera dei Rappresentanti e il Fezzan in mano ai gruppi indipendenti come Tebu e Tuareg. Bengasi sarebbe rimasta tra le forze di Haftar ed i radicali Ansar-Al Sharia fino al 2017. Ad ottobre 2014, il neonato Stato Islamico proclamato da Al-Bagdadi fece il suo ingresso nel conflitto interno libico rivendicando la città di Darnah come territorio del califfato. Il biennio 2014-2015 vide scontri tra milizie jihadiste, lotte per il petrolio, attentati ed interventi militari volti al contenimento dei gruppi terroristici presenti in Libia. Inoltre lo Stato islamico, tra il 2014 ed il 2015, si è espanso sul litorale libico che è divenuto un grande hub illegale del traffico di migranti e di armi. La comunità internazionale non sarebbe potuta rimanere indifferente di fronte al caos e alle violenze che si stavano consumando sul territorio libico.

    Al Sarraj al potere

    Il timore di commettere errori come in passato ha condizionato l’azione della comunità internazionale in Libia che ha puntato su interventi militari unilaterali o su politiche interventiste per risolvere la situazione piuttosto che su una road map graduale. Un utile alleato per riportare la stabilità sarebbe stato proprio l’Italia che, grazie anche al sostegno americano, organizzò la conferenza di Roma sul Mediterraneo del 13 dicembre 2015 a cui erano presenti anche l’allora Segretario di Stato Kerry e il vice Ministro degli Esteri russo Ghennadi Gatilov. Dalla conferenza Roma emersero gli elementi che portarono alla conferenza di Skhirat in Marocco dove venne firmato il patto fra le delegazioni dei due Parlamenti e governi libici di Tobruch e Tripoli per dare vita ad un nuovo governo che ponesse le basi per la ricostruzione del Paese anche con l’aiuto delle Nazioni Unite e di altri Stati. Alla guida della nuova Libia fu designato Al Sarraj.

    Il nuovo Primo ministro designato a Skhirat ereditò un Paese dilaniato dai conflitti interni e dal terrorismo che aveva ormai perso la stabilità da quattro anni e faticava a ritrovarla finanche nelle istituzioni più importanti. Il 30 marzo 2016 il nuovo governo s’insediò a Tripoli dopo alcuni mesi a Tunisi e cominciò ad operare contro l’ISIS per il resto dell’anno: nel giro di pochi mesi lo Stato Islamico perse terreno e venne sopraffatto sia dal governo che dal generale Haftar. Nonostante il successo delle operazioni contro il terrorismo, il governo centrale dovette fare i conti con la crisi economica e con la mancata fiducia da parte del governo di Tobruch che di lì a poco dopo avrebbe dato il via ad una nuova fase della seconda guerra civile. L’11 settembre 2016 l’esercito di Haftar sferrò un attacco a quattro porti della Petroleum Facilities Guard per poi stringere in meno di dieci giorni un accordo con la National Oil Corporation ed occupare Ben Giauad ed Harawa.

    Oltre al governo di Tobruch, il governo nazionale ha dovuto fronteggiare l’affermazione nella Tripolitania del Governo di Salvezza Nazionale dell’ex premier Ghwell che nell’ottobre 2016 provò un golpe e nel marzo 2017 provocò scontri nella capitale libica. Gli eventi del 2016 e del 2017 in Libia portarono ad un aumento del consenso verso il governo di Tobruch piuttosto che verso quello di Tripoli e mentre Al-Sarraj si occupava della difficile situazione nella capitale, Haftar continuava la liberazione delle città libiche dagli islamisti, liberando Bengasi il 5 luglio 2017 e Derna nel marzo 2018. I successi di Haftar sono stati elogiati da Francia e Russia che vedono nel generale cirenaico la speranza di un futuro stabile per la Libia. Al Sarraj, d’altro canto, poteva ancora contare sulle buone relazioni con l’Italia con la quale aveva firmato pochi mesi prima il Memorandum Italia-Libia e che nel 2018 aiutò il governo nazionale inviando una missione a Ghat, nel Fezzan.

    Tra dicembre 2018 e marzo 2019 l’interesse dei due governi si è spostato verso le regioni meridionali: il governo di Al Sarraj concluse accordi con il miliziano tuareg Ali Khanna per l’afflusso di petrolio verso la costa, mentre l’esercito cirenaico spostava le sue attenzioni nelle regioni a confine con il Ciad conquistando Sebha e dando vita a scontri militari contro i Tebu nel deserto dell’Ennedi. L’azione militare fu condannata dai tebu libici come un tentativo di epurazione etnica, mentre il governo di Tripoli ritenne che Haftar fosse un criminale di guerra. Questi avvenimenti avrebbero portato all’ennesimo rinvio delle elezioni. Ad aprile 2019 l’esercito di Haftar cercò di occupare Tripoli da sud e nonostante i tentativi diplomatici promossi anche da Francia, Italia ed USA, l’avanzata continuò fino a scemare negli ultimi mesi del 2019. Il 27 novembre, però, il governo nazionale trovò un prezioso alleato nella Turchia del “Sultano” Erdogan che stipulò con la Libia il Lybia-Turkey Maritime Deal, un accordo militare e marittimo che prevede diritti di sfruttamento di alcune aree del Mediterraneo indispettendo l’UE e la Francia. A partire da gennaio 2020, la Turchia iniziò ad inviare contractors e militari con lo scopo di contrastare possibili avanzate di Haftar e di preparare l’esercito di Tripoli alla guerra.  Sempre nel gennaio 2020, Haftar e Al Sarraj si sono incontrati a Mosca per negoziare un cessate il fuoco, ma la tregua si è mostrata sin da subito troppo fragile. Mentre l’Occidente affrontava la pandemia, in Libia la guerra non si è mai realmente fermata e ha visto l’Egitto di Al-Sisi schierarsi con Haftar nel conflitto quando il governo nazionale ha minacciato Sirte.

    L’annuncio delle dimissioni e il futuro della Libia

    Il mese di agosto è stato particolarmente duro per la popolazione di Tripoli, duramente provata dalla pandemia COVID-19, che ha protestato veementemente contro la corruzione del governo centrale e contro gli interventi stranieri nella guerra ricevendo come risposta le violenze della polizia. Nel mese di settembre il governo non riconosciuto di Tobruch guidato da Al-Thani si è dimesso e due giorni dopo, il 16 di settembre, sono seguite le dimissioni di Al Sarraj che lascerà il governo libico nel mese di ottobre. È stato chiesto alle Nazioni Unite di aiutare il governo nazionale a indire un referendum costituzionale in linea con i principi democratici per garantire uno Stato democratico dopo nove anni di lotte intestine. L’ONU aveva già, con il vertice di Berlino a gennaio, stabilito una sorta di road map per la ricostruzione libica che prevedeva una riduzione dell’escalation delle tensioni con un embargo sulle armi e poi una tregua, riforme economiche e finanziarie e il rispetto per i diritti umani. Nel dettagliato piano dell’ONU c’erano anche delle indicazioni precise sulle elezioni che avrebbero riguardato la Libia, che nella realtà dei fatti sono state continuamente spostate.  Le dimissioni di Al Sarraj significheranno la revisione dei piani di democratizzazione della Libia e una nuova fase del conflitto civile libico dove sarà necessario il dialogo fra Cirenaica, Tripolitania e Fezzan per unire il Paese e mettere fine ad una guerra distruttiva che dura da troppo tempo.