I pieni poteri di Viktor Orbán e il tramonto sullo Stato di diritto: cronaca di una fine annunciata

    Camilla Donà Dalle Rose

    Con 138 voti favorevoli e 53 contrari, nella giornata del 30 marzo il Parlamento ungherese ha consegnato poteri “ampi” al premier Viktor Orbán. Il leader del partito conservatore Fidesz ha così ulteriormente rafforzato la sua presa sul Paese. Fin quando sarà in vigore lo stato d’emergenza, infatti, Orbán potrà governare attraverso decreti, bloccare le elezioni, chiudere il Parlamento e sospendere leggi, portando avanti quella che il leader dei socialisti Bertalan Toth ha definito: «una dittatura senza maschera».

    Un’estensione di potere, quella richiesta ed ottenuta da Orbán, che sarebbe giustificata dallo stato d’emergenza resosi necessario per la gestione della pandemia in atto. In caso di guerre, tumulti popolari, disgregazione del corpo sociale, epidemie, è infatti contemplata dalla giurisprudenza una particolare configurazione del potere politico, che prevede la possibilità di sospendere il rispetto delle leggi scritte e di dedicarsi con tutte le forze al superamento della situazione d’emergenza in atto, per salvaguardare il paese anche a costo di andare a ledere i diritti individuali.

    Nel suo saggio Teologia politica, il filosofo della dicotomia “amico-nemico” Carl Schmitt contrappone lo stato d’eccezione allo Stato di diritto, situandolo piuttosto in una posizione pre-giuridica. Lo stato d’eccezione schmittiano si configura come un soggetto politico che deve avere e pretendere per sé il controllo totale di ogni ambito della società. Definibile anche come “stato totale per energia”, Schmitt lo contrappone allo “stato totale per debolezza”, quello del compromesso liberal-democratico, ritenuto incapace di decisione politica e di sovranità.

    A ben vedere però, il progetto politico di Victor Orbán sembra ruotare attorno a questo stato totale sin dagli arbori del suo governo. La recente mossa politica del premier ungherese, infatti, non è che un ulteriore tassello a compimento del disegno per la conquista della sovranità nazionale e la costruzione di uno Stato che detenga il controllo totale della società.

    Sin dalla sua elezione a capo del governo nel 2010, riconfermata per ben tre mandati consecutivi dal popolo ungherese, la politica conservatrice del leader di Fidesz si è infatti caratterizzata dall’applicazione di stringenti restrizioni alle libertà personali e civili. Il primo passo è stato quello verso l’appropriazione di testate giornalistiche e canali televisivi per assicurarsi il controllo dell’opinione pubblica, trasformandoli in strumenti di propaganda ed inaugurando un Consiglio per i media. Il governo ungherese ha inoltre appositamente istituito una tassa sulla raccolta pubblicitaria in televisioni, radio, giornali e siti web. Da quel momento, i media che hanno perseguito ad opporsi alle politiche di Orbán sono stati costretti alla chiusura ed ogni forma di protesta è stata acquietata.

    Nel gennaio 2012 è stato invece il turno della Costituzione ungherese, che ha subìto modifiche rilevanti a cominciare dal nome stesso del paese, mutato da “Repubblica di Ungheria” a “Ungheria”. La Corte Costituzionale è stata esautorata; i dibattiti elettorali sono stati vietati nelle radio e nelle televisioni private; i giovani neolaureati obbligati a rimanere nel Paese per un periodo dai tre ai dieci anni prima di essere liberi di cercare lavoro all’estero. Molto discussa è stata anche la riforma del lavoro emanata a fine 2018. Il via libera alla possibilità di fare fino a 400 ore di straordinari l’anno, ha infatti provocato le proteste dei sindacati,  in quanto molti non potranno rifiutarsi di lavorare fino a 6 giorni a settimana o 10 ore al giorno.

    Nell’ambito dei diritti civili, Orbán ha ritenuto fosse necessaria l’emanazione di provvedimenti che non riconoscessero alle coppie non sposate, senza figli o omosessuali, gli stessi diritti delle coppie eterosessuali o la definizione di “famiglia”. Nel 2015 il governo ungherese ha inoltre installato una barriera di filo spinato, lungo i confini con Serbia e Croazia, per bloccare l’ingresso ai migranti dai Balcani e, attraverso la legge Stop Soros, istituito una tassa del 25% alle donazioni straniere in favore di organizzazioni non governative che supportano i migranti. Questi ultimi, sono stati definiti dal leader di Fidesz: «persone arrivate illegalmente che dovrebbero essere rastrellate e deportate in un’isola».

    Negli anni successivi, l’ulteriore inasprimento della politica sovranista di Orbán e la sua chiusura totale nei confronti di ogni tentativo di mediazione internazionale in materia di immigrazione, hanno provocato significative tensioni con l’Unione Europea. Il Parlamento Europeo ha così decretato, nel settembre 2018, a larga maggioranza, l’applicazione contro l’Ungheria dell’articolo del Trattato di Lisbona che sanziona i casi di violazione dello stato di diritto. L’azione del 30 marzo 2020, con la quale il presidente Orbán ha ottenuto il potere di chiudere le camere e bloccare le elezioni senza limiti di tempo, appare quindi come l’ultimo, decisivo passo verso la cancellazione dei diritti fondamentali di uno Stato democratico.

    Il Presidente della Commissione Europea Ursola Von der Leyen si è definita a questo proposito: «preoccupata che alcune misure vadano troppo oltre». Queste ultime infatti, dovrebbero essere: «limitate, strettamente proporzionate, adeguate, non durare a tempo indeterminato, e soprattutto essere soggette a regolare controllo del Parlamento». A puntare il dito apertamente contro Orbán sono anche i leader di tredici partiti nazionali del Partito Popolare Europeo, che hanno chiesto con una lettera a Donald Tusk, Presidente del PPE, l’espulsione di Fidesz. «Questa è una chiara violazione dei principi fondamentali della democrazia liberale e dei valori europei», si legge nel testo della lettera: «il virus non può essere usato come pretesto per estendere indefinitamente lo stato d’emergenza. Temiamo che il primo ministro Orbán userà i suoi nuovi poteri per estendere il controllo del governo sulla società civile». Resta quindi da chiedersi quale sarà, ad emergenza finita, il destino dell’Ungheria, quell’“Oriente dell’Occidente” che rischia di vedere la sua posizione all’interno dell’Unione, oltre che il suo statuto di nazione democratica, vacillare pericolosamente.