Quo vadis Corea?

    Loredana Crolla

    A poco più di due anni dallo storico incontro avvenuto lungo il confine che corre sul 38esimo parallelo tra il presidente sudcoreano Moon Jae-in e la controparte nordcoreana Kim Jong-un, il 16 giugno scorso la Corea del Nord ha distrutto l’edificio simbolo del dialogo tra le due Coree: il Liaison Office, costruito nella cittadina nordcoreana di Kaesong, vicina al confine.

    Pyongyang ha dichiarato che la causa dell’esplosione è da ricercarsi nel lancio di palloncini da parte della ONG Combattenti per una Corea del Nord Libera” contenenti materiale propagandistico contro il regime, beni di prima necessità e denaro. Il rilascio dei palloni aerostatici è avvenuto nel lato sudcoreano del confine, per cui il governo di Seul è stato accusato di non aver fatto nulla per impedire atti sovversivi al regime e di aver violato l’Accordo congiunto del 2018 con cui le parti si erano impegnate ad astenersi da questo tipo di attività. Alla vigilia dell’esplosione, erano state sospese tutte le linee di comunicazione, anche quella telefonica creata per evitare incidenti militari legati a malintesi. La sorella del presidente nordcoreano, Kim Yo Jong, aveva dichiarato subito dopo l’attacco: “il diritto di agire è stato dato allo Stato Maggiore del nostro esercito” minacciando azioni militari contro Seul. Inoltre aveva definito “disgustoso e pazzo” il leader sudcoreano. La reazione del presidente Moon non si è fatta attendere. Ha immediatamente sospeso tutte le attività delle ONG incriminate, a dimostrazione della determinazione del leader sudcoreano, figlio di esuli nordcoreani e avvocato dei diritti umani, che ha fatto della pacificazione lungo il 38esimo parallelo il pilastro del suo mandato. Tale decisione è stata fortemente criticata dall’opposizione in Parlamento perché “troppo accondiscendente”, ma anche da membri del suo stesso partito democratico.

    Queste escalation non sono una novità nell’agire del regime nordcoreano. Spesso nella storia i leader del Nord hanno autorizzato atti estremamente violenti o comunque volti a provocare il Sud e la comunità internazionale, per poi fermare l’escalation e fare richieste, sperando in una rapida risposta da parte dei Paesi interessati e di Seul in particolare. Attualmente, il presidente nordcoreano vorrebbe una riduzione, molto difficile da ottenere, delle sanzioni internazionali stabilite dall’ONU, che mettono da anni a dura prova la già fragile economia del Paese.

    Il comportamento di Kim Jong-un mette ancora più in evidenza le difficoltà che Pyongyang sta riscontrando durante la pandemia, nonostante continui a dichiarare di non aver subito alcun contagio, cosa impossibile vista la posizione geografica del Paese, al centro tra Cina e Corea del sud, entrambi fortemente colpiti. Con un sistema sanitario obsoleto e fragile come quello nordcoreano, la pandemia potrebbe causare una vera catastrofe nel caso in cui non si riuscisse a contenerla, dal punto di vista economico ma soprattutto umano. La grave situazione economica preesistente è stata peggiorata dal Covid-19, che ha impedito l’arrivo di risorse fondamentali provenienti dall’estero come generi alimentari, pesticidi e fertilizzanti chimici. Ciò ha aggravato la situazione di incertezza alimentare che siccità e alluvioni stanno causando per 10 milioni di nordcoreani già dalla metà del 2019. A questo si aggiunge l’impossibilità di arrivo di aiuti umanitari e la mancanza di fonti di valuta estera dovuta all’assenza di turismo, per il 90% proveniente dalla Cina, che rientra tra i pochi settori esclusi dalle sanzioni. Sanzioni che come detto prima hanno un forte impatto sull’economia nordcoreana, anche se negli ultimi 2 anni Kim Jong-un ha imparato ad evaderle in parte grazie all’accondiscendenza di Cina e Russia. La retorica nordcoreana sta tornando alla sua versione più aggressiva, legata anche ai pochi progressi fatti nei negoziati. Di fatti, la comunità internazionale, USA in testa, continua a porre come conditio sine qua non per la riduzione e/o soppressione delle sanzioni lo smantellamento dell’arsenale nucleare, su cui si basa tutta la politica del leader del nord. Leader che nell’ultimo periodo era scomparso dalla scena pubblica, al punto che si pensava fosse malato o addirittura morto.  A sostituirlo è stata la sorella, che sembra assumere sempre più potere e con cui gioca, sulla scena internazionale, al poliziotto buono e quello cattivo, e sorprendentemente è proprio Kim Yo Jong a ricoprire quest’ultimo ruolo. Di fatti lei è stata il primo membro della famiglia Kim a metter piede in Corea del Sud dalla fine della guerra ed era apparsa come il volto buono e gentile della Corea del Nord, immagine smentita negli ultimi giorni.

    Possiamo dire che la Corea del Nord, già fortemente isolata, si trova ancora più isolata a causa del Covid-19. Il confine al 38esimo parallelo resta quindi uno dei più scottanti al mondo, con il rischio di vanificare tutti gli sforzi fatti finora da Moon. D’altro canto, il presidente sudcoreano rischia una perdita di popolarità e una mancata conferma come leader alle elezioni del 2022, il che potrebbe comportare una riduzione dell’interesse da parte del Sud nel raggiungimento di un trattato di pace, a ben 67 anni dalla firma dell’armistizio che stabilì la fine della guerra di Corea. Anche l’assenza degli USA si fa sentire. Di fatti l’amministrazione Trump aveva agevolato il dialogo tra le due Coree, dopo che l’amministrazione Obama aveva intensificato l’isolamento del Nord, ma ora sono concentrati sulla lotta contro il Covid-19 e la gestione delle proteste a seguito dell’omicidio di George Floyd. Ciò nonostante, la prima potenza mondiale non ha dimenticato di rimarcare il suo sostegno a Seul e di chiedere a Pyongyang di astenersi da qualsiasi nuovo atto. Non si comprende bene dove voglia andare questa Corea del Nord, ma di certo è poco interessata al raggiungimento di una pace duratura sulla penisola.