Raggiunto un accordo sull’Himalaya: India e Cina hanno altre priorità

    Adriano Della Bruna

    Dopo gli scontri di giugno tra India e Cina sul confine conteso nei pressi dell’Himalaya, il 7 settembre si sono riaccese le tensioni con l’esplosione di colpi di arma da fuoco. Era dal 1962, anno in cui si raggiunse l’accordo che definì la “Linea Attuale di Controllo” e in cui le due forze bandirono il possesso di armi da fuoco nei pressi del confine, che non si arrivava così vicini all’esplosione di un nuovo conflitto. Se il primo evento, quello di settembre, aveva generato semplicemente qualche preoccupazione e ritorsioni in altri settori come quello tecnologico, questo secondo episodio per la dinamica con cui si è svolto ha spinto i due schieramenti in primo luogo ad alzare i toni avanzando accuse reciproche e in secondo luogo ad arrivare nel giro di pochi giorni ad una riappacificazione. Per quanto possa sembrare paradossale, l’innalzamento così rapido della tensione sembrerebbe aver generato una consapevolezza da parte di entrambe le potenze della possibilità concreta di riaprire il conflitto e per quanto la partita Himalayana abbia un ruolo rilevante nella politica di entrambi i Paesi, il rapido raggiungimento di un accordo già il 10 settembre suggerisce come entrambi gli attori non siano intenzionati ad affrontare una nuova escalation di violenza sul confine avendo ben diversi problemi in questo momento.

    Spostare lo scontro sul mare

    In India l’avanzamento della pandemia continua a segnare record con circa diecimila casi al giorno, cinque milioni di casi totali e ottantamila decessi. Tutto ciò sta avvenendo in un Paese che per quanto in rapida crescita economica, già prima della pandemia presentava grosse difficoltà sul piano delle diseguaglianze, della sanità e della solidità della società e dell’economia in generale. In un contesto del genere aprire un conflitto con la Cina non sembrerebbe una strada praticabile a maggior ragione se si pensa che quello himalayano sarebbe un percorso strategicamente poco vantaggioso. Il terreno sul quale Delhi potrebbe avere maggiore interesse a sfidare Pechino sarebbe quello marittimo per l’egemonia nell’oceano Indiano, contesto nel quale si potrebbe fare affidamento sugli alleati del QUAD (Stati Uniti, Australia e Giappone) e che potrebbe indebolire l’espansionismo commerciale cinese. Pechino negli ultimi decenni ha portato avanti una strategia di accerchiamento che passa attraverso un rafforzamento dei rapporti con Paesi come il Pakistan e Myanmar e attraverso la realizzazione di diversi porti che circondano la penisola indiana. Minare la Strategia del “Filo di Perle” e avviare in parallelo trattative con l’UE tentando di scalzare Pechino può essere una mossa in grado di ripagare di più che la riapertura di un conflitto dormiente da mezzo secolo.

    La strategia cinese

    Dall’altro lato la Cina è sempre più attenzionata dall’Occidente e cimentarsi in un nuovo conflitto non aiuterebbe di certo a curare la propria immagine già compromessa. Da parte cinese c’è infatti un forte interesse a proseguire il percorso per la realizzazione della Nuova Via della Seta con l’Europa ma il continuo aprirsi di questioni interne e internazionali continua a rimetterne in discussione l’affidabilità. In particolar modo la questione di Hong Kong e le violazioni di diritti umani nello Xinjiang costituiscono due aspetti rilevanti sui quali le potenze europee si sono già schierate contro la politica autoritaria del governo. Il terreno tecnologico è un altro frangente problematico considerando anche la poca capacità cinese di poter garantire il rispetto degli standard di privacy e sicurezza sulle tecnologie esportate nel resto del mondo e i legittimi dubbi degli attori europei. La Cina deve conquistarsi la fiducia europea e il miglior modo è mantenere le acque calme ed evitare di aprire nuovi fronti di frizione.

    Nonostante le precedenti considerazioni possano suggerire diversamente, non bisogna pensare che Pechino sia in difficoltà all’interno di questa partita. Nella sua strategia Xi Jinping sta ottenendo una vittoria dietro l’altra. Il raggiungimento di un accordo in soli tre giorni nel Ladakh dimostra come il governo cinese abbia la situazione sotto controllo. Allo stesso modo su Hong Kong, nonostante le forti pressioni occidentali, Pechino ha raggiunto il proprio obiettivo con l’approvazione della legge di sicurezza nazionale. Nello Xinjiang c’è la tranquillità di invitare osservatori UE a controllare con i propri occhi la situazione della popolazione uigura. A questo si aggiunge che la Cina è uno dei pochi Paesi tra i più popolosi al mondo che sta reagendo positivamente alla pandemia, riuscendo così a concentrarsi sulla ripresa dell’economia e del commercio internazionale, cosa che attori che sono nell’occhio del ciclone come Usa e India non possono permettersi ancora. Pechino incassa un buon risultato dietro l’altro dimostrando una straordinaria capacità strategica e di avere in pugno anche i partner più problematici come l’UE, che al netto delle continue dichiarazioni sulla difesa dei diritti umani non sembra assolutamente intenzionata ad arrestare la collaborazione commerciale.

    In conclusione

    In questo contesto la vera competizione tra India e Cina si potrebbe giocare su un altro terreno. Delhi vuole spezzare l’accerchiamento marittimo e riprendersi l’oceano Indiano, Pechino vuole completare a tutti i costi La Nuova Via della Seta. La questione del Ladakh sembrerebbe essere marginale nella gerarchia delle priorità di entrambi i Paesi.