Recensione – La fascia del Sahel

    Emanuele Oddi

    La fascia del Sahel, a cura di Daniele Cellamare, Quaderni di Geopolitica, Vol. 2, Les Flaneurs Edizioni, 2021.

    La fascia del Sahel è una raccolta di saggi articolati organicamente dedicati alla fascia del Sahel, una delle più rilevanti regioni del continente africano. Nell’ultimo decennio, il peso strategico di questa regione per l’Europa e per i Paesi dell’area MENA ha comportato il coinvolgimento militare di numerosi attori stranieri. Difatti, i Paesi saheliani fronteggiano dal 2012 e con maggiore intensità dal 2015, una crisi multidimensionale determinata da fattori politici, economici, sociali, storici, etnici e climatici che hanno determinato una profonda destabilizzazione dell’area, minando la sicurezza dei Paesi coinvolti in particolare Mali, Burkina Faso, Niger e Nigeria. Dal 2019 in poi, si registra un crescente timore da parte delle istituzioni internazionali, in primis l’Unione Africana (UA), che tale crisi tramite un effetto spill-over possa diffondersi anche nei Paesi del Golfo di Guinea, come Costa d’Avorio, Senegal e Benin. La recente scomparsa del Presidente ciadiano Idriss Deby, alla guida del Paese dal 1990, rappresenta un’ulteriore incognita per gli sviluppi della crisi del Sahel.

    La Fascia del Sahel affronta la crisi della regione a sud del Sahara fornendo spunti metodologici ed analizzando i principali driver della crisi, presentandoli con chiarezza e dovizia di particolari. Ogni saggio affronta una dimensione della crisi del Sahel. Gli scritti s’intersecano fra loro con notevole complementarietà restituendo al lettore la complessità del contesto saheliano e la stretta interrelazione che sussiste tra le molteplici facce della crisi del Sahel.

    La prima sezione, Il passo affannato del clima. I cambiamenti climatici, le emergenze e le migrazioni (Ilaria De Napoli) analizza l’impatto dei cambiamenti climatici sulle risorse naturali a disposizione della popolazione saheliana e l’influenza che tali mutazioni climatiche hanno sul fenomeno migratorio. Nel corso degli anni numerosi analisti e ricercatori hanno avanzato ipotesi circa una possibile correlazione tra i cambiamenti climatici e l’insorgenza armata, non solo nella regione saheliana. L’ipotesi, riproposta anche in questo caso, è che in aree in cui i modelli economici e produttivi sono basati in gran parte sull’agricoltura e la pastorizia, la penuria di risorse dovuta ai cambiamenti climatici può determinare un incremento della conflittualità tra le diverse comunità che compongono il panorama demografico della regione. Un elemento evidenziato nel presente saggio è che l’impatto dei cambiamenti climatici nella regione del Sahel è maggiore che in altre aree, anche a causa delle scarse risorse economiche a disposizione dei governi locali. La necessità di sopperire alla mancanza di risorse economiche ed alimentari ha aumentato ulteriormente la mobilità delle comunità nomadi e seminomadi, accrescendo le tensioni con le comunità agricole, frequentemente sostenute dai governi nazionali.

    Su tali tensioni i gruppi etnici hanno costruito una narrativa conflittuale, come evidenziato in Come alla corte dei miracoli. Tra popolazioni, etnie, religioni e scontri etnici (Roberta La Fortezza). Una propaganda secondo cui è presente una netta contrapposizione tra le comunità agricole, indirettamente rappresentanti il potere centrale, e le comunità pastorali, permeabili al reclutamento dei gruppi jihadisti e mosse da istanze autonomiste. Tuttavia, come riportato con dovizia di fonti nel saggio, tale contrapposizione non corrisponde all’effettiva realtà socio-demografica che, invece, si dimostra fluida ed eterogenea. Vittime e contestualmente promotori di questa narrativa sono le comunità pastorali e nomadi dei Peul, una popolazione di circa 40 milioni presente in almeno sedici Paesi del continente. Le tensioni e le differenze etniche sono state progressivamente sfruttate ad appannaggio dei gruppi jihadisti e dei gruppi armati non statali di autodifesa che rappresentano oggi uno dei principali driver della crisi saheliana.

    Tuttavia, anche le milizie di matrice jihadista non rappresentano un blocco unitario, piuttosto un fronte eterogeneo i cui gruppi sono frequentemente in contrato tra loro, come sottolineato in Il percorso degli empi. Le formazioni jihadiste e i traffici illeciti (Federica de Paola). In questa sezione sono descritte in modo chiaro anche per i non addetti ai lavori, le formazioni jihadiste attive nel Sahel, sia quelle fedeli ad Al-Qaeda, sia quelle fedeli allo Stato Islamico. L’analisi, come invece spesso accade, non si perde in particolarismi e tecnicismi che ne avrebbero inficiato la lettura. Tale struttura appare funzionale all’obiettivo di questo capitolo in cui sono poste in risalto le connessioni tra i gruppi jihadisti ed i traffici di natura criminale nella regione. Oro, armi, esseri umani, droga, sono alcune delle principali fonti di finanziamento dei gruppi jihadisti saheliani ed in quanto tali dovrebbero essere oggetto di un’azione di contrasto organica e puntuale da parte della comunità internazionale.

    In quest’ottica, una sezione specifica La spavalderia e lo sgomento. Le presenze militari e il ruolo dei paesi terzi (Claudio Candelmo) è dedicata alla presenza militare straniera nella regione concretizzatasi in accordi bilaterali e missioni internazionali. I contingenti militari di maggiore rilievo sono quello francese, nell’ambito dell’operazione Barkhane (ex Serval) e quello della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite MINUSMA. Complessivamente i due contingenti ammontano a circa 18.000 uomini, cui vanno sommati i militari dell’operazione regionale G5 Sahel, circa 5.000, ed il personale militare e civile delle missioni di training e capacity building europee. Nella sezione è poi messo in risalto il recente lancio della Task Force Takuba, integrata nella missione Barkhane, e costituita da uomini delle forze speciali europee, tra cui quelle italiane. La risposta meramente militare alla crisi saheliana non ha tuttavia mostrato elevati livelli di efficacia ed è stata frequentemente criticata per il suo scarso impatto e per gli elevati costi sostenuti dagli attori coinvolti.

    Un approccio che includa le numerose variabili che hanno determinato la crisi saheliana potrebbe trovare una solida sponda in alcuni dei Paesi del Nord Africa, come sostenuto nell’ultima sezione del volume Il saluto irriverente. L’influenza dei paesi del nord Africa (Maria Serra e Giuseppe Dentice). In questo capitolo è posto l’accento sulle potenzialità che questi Paesi potrebbero avere come mediatori nella risoluzione del conflitto saheliano, spinti sia da considerazioni circa il quadro securitario e socio politico, sia da valutazioni circa le opportunità commerciali e finanziarie. Il maggiore interesse dei Paesi nord africani per l’Africa Sub-Sahariana è dettato in parte anche dal fallimento dell’integrazione regionale. La sezione analizza i casi specifici del Marocco, dell’Algeria, della Tunisia e dell’Egitto, evidenziando di volta in volta le criticità ed i punti di forza delle relazioni tra questi Paesi e l’Africa Sub-Sahariana.

    La trattazione pertanto affronta un ampio spettro di temi e fornisce un quadro chiaro delle radici della crisi saheliana. Inoltre, le singole sezioni, pur presentando alcuni elementi in parziale contraddizione, appaiono omogenee e garantiscono una certa continuità concettuale contenutistica. Il testo è corredato da un’ampia e dettagliata bibliografia che consente di approfondire tramite la stessa gli argomenti trattati. In conclusione La fascia del Sahel si pone come uno scritto divulgativo diretto ad un pubblico vasto ed al contempo sottopone interessanti spunti metodologici e contenutistici per gli addetti ai lavori. Questo scritto giunge in una fase in cui la crisi saheliana potrebbe presentare alcuni deboli segnali di risoluzione o aggravarsi ulteriormente. Infine, La fascia del Sahel è uno dei pochi scritti recenti sul tema nel panorama italiano e fornisce, anche al lettore non specializzato, un quadro esaustivo del contesto saheliano e delle motivazioni per cui tale regione oggi dovrebbe essere di primario interesse per l’Europa e l’Italia.