La resa dei conti tra Putin ed Erdogan

    Silvia Luminati

    Il 5 marzo 2020, dopo un incontro durato diverse ore, il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdoğan hanno raggiunto un’intesa per il cessate il fuoco nella regione di Idlib, in Siria. Proprio il riaccendersi della guerra in Siria era stato all’origine della tensione tra Mosca e Ankara che si è poi aggravata con l’uccisione di 33 soldati turchi per mano dell’esercito siriano. Per il momento però sembra scongiurato il pericolo di uno scontro diretto tra le forze militari turche e le truppe russe alleate del presidente siriano Bashar al-Assad.

    Russian President Vladimir Putin, right, and Turkish President Recep Tayyip Erdogan talk during their meeting in the Kremlin, in Moscow, Russia, Thursday, March 5, 2020. The Turkish and Russian leaders are holding talks in Moscow aimed at avoiding pitting their nations against each other, during hostilities in northwestern Syria. (AP Photo/Pavel Golovkin, Pool)

    Nonostante non si possa fare a meno di sottolineare come il rapporto tra Putin e Erdogan abbia attraversato un momento molto delicato, dopo il summit del 5 marzo 2020 sembra che l’asse russo-turco ne sia uscito rafforzato: i due leader hanno trovato un accordo per porre fine ai combattimenti nella regione di Idlib che contiene concessioni da entrambe le parti. Il documento prevede il cessate il fuoco in vigore dalla notte tra il 5 e il 6 marzo ma anche la creazione di un corridoio di 6 km tra Latakia e Aleppo, probabilmente destinato ad essere pattugliato dalle forze militari turche e russe. Nei prossimi giorni saranno resi noti ulteriori dettagli su questo corridoio.

    Antonella Scott, in un articolo per Il Sole 24 Ore, scrive che “per l’ennesima volta Russia e Turchia, appellandosi al loro profondo legame reciproco, cercano di trovare un punto di incontro per fermarsi sull’orlo del baratro”. Nonostante si temesse un crollo delle relazioni russo-turche, Mosca e Ankara hanno preferito evitare un faccia a faccia che non sarebbe convenuto a nessuna delle due. Ma la ritrovata intesa non significa certo che i due leader siano pronti a rinunciare ai loro obiettivi: Putin continuerà di fatto a sostenere Assad nella riconquista del Paese, mentre Erdogan manterrà la presenza delle forze militari turche nella regione di Idlib, territorio strategico e ultima roccaforte dei ribelli. L’accordo temporaneo rassicura entrambi ma soprattutto Erdogan, sempre più preoccupato dal flusso di profughi siriani che si sta dirigendo verso il confine turco. Infatti, uno scontro tra gli eserciti di Mosca e Ankara avrebbe soltanto aggravato la sofferenza del popolo siriano stremato da una gravissima crisi umanitaria. A partire da dicembre 2019, da quando è iniziata l’offensiva di Assad contro i ribelli, 1 milione di siriani sono fuggiti verso il confine turco. Michelle Bachelet, commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, già a febbraio aveva lanciato un appello per la creazione di corridoi umanitari per i profughi siriani. Erdogan non ha mai nascosto le sue preoccupazioni in merito: la Turchia ospita già 3.6 milioni di profughi siriani e accoglierne altri sarebbe per lui un problema in termini di consenso politico interno. Perciò ha immediatamente risposto aprendo le frontiere per permettere ai profughi di raggiungere la Grecia, e quindi l’Unione europea.  Questa mossa ha avuto non poche ripercussioni visto che le forze militari greche sono state prontamente inviate a sorvegliare il confine. Le forze dell’ordine tentano di respingere questi richiedenti asilo ricorrendo anche a idranti e gas lacrimogeni. I profughi ora si trovano nella terra di nessuno al confine turco-greco. Malgrado le immagini violente riportate dai principali quotidiani internazionali, ben poco è stato fatto per il momento. L’Unione europea ha permesso ad Erdogan di utilizzare i profughi come arma di ricatto e pressione sui partner occidentali al fine di ottenere ulteriori finanziamenti rispetto a quelli stanziati dall’accordo UE-Turchia del 2016.

    L’asse russo-turco

    Ora, riflettendo sugli equilibri di potere tra Russia e Turchia, non si può far a meno di notare che dal summit tenutosi a Mosca Erdogan ne è uscito quasi a mani vuote. Malgrado si fosse mosso su più fronti – quello della NATO e degli USA – il presidente turco non ha ricevuto l’appoggio sperato. L’Alleanza Atlantica ha offerto il rinforzo delle difese aeree turche e il presidente americano Donald Trump si è limitato a condannare l’attacco siriano. In altre parole, Erdogan ha raccolto solidarietà ma nessun sostegno reale. Di conseguenza non ha potuto far altro che “accettare” la proposta di Putin di una de-escalation militare nella regione di Idlib. Nonostante la Turchia stia cercando di rivendicarsi il ruolo di potenza regionale in Medio Oriente, non è certamente una grande potenza. Un leader ambizioso come Erdogan non basta alla Turchia per imporsi come vorrebbe sulla scena politica internazionale. D’altro canto, Putin è ben consapevole dell’importanza di mantenere la Turchia nella sua orbita. Tenuto conto degli interessi economici, della sua posizione geografica e dell’intenzione di allontanare Erdogan dalla NATO, la Turchia si conferma un alleato prezioso per la Russia. Ma allora, se entrambi hanno validi motivi per non rompere l’asse russo-turco, si può dedurre che difficilmente si arriverà ad una rottura. E a chiarire meglio il rapporto che lega Mosca e Ankara sono le parole del presidente russo durante la conferenza stampa del summit: “non siamo sempre d’accordo su tutto, ma quando occorre trovare un’intesa ci mettiamo d’accordo”. La riprova del fatto che la recente crisi sembra aver sbilanciato il rapporto tra i due leader a favore di Putin è proprio la sopracitata conferenza stampa in cui Erdogan si è limitato ad avvertire la Siria che le forze militari turche saranno comunque pronte a rispondere agli attacchi di Damasco. Insomma, il leader turco, quasi costretto ad un passo indietro, sembra aver ricevuto risposta alla sua domanda “Ho chiesto a Putin “Quali sono i tuoi interessi lì? Se stabilisci una base, fallo ma togliti di mezzo e lasciaci faccia a faccia con il regime [siriano]”. Per Putin invece si tratta di una vittoria – temporanea-, sebbene la strategia del presidente russo vada ben al di là del tentativo di ricucire lo strappo con Ankara. Non è un mistero che il presidente russo abbia in mente un disegno preciso per il Medio Oriente e che voglia imporre la Russia come potenza riequilibratrice e controbilanciare l’influenza degli USA in quella regione.

    Il fronte siriano

    Per Mosca, che intende continuare ad avere uno stretto legame anche con la Siria, la vittoria russo-siriana significherebbe conservare la base navale a Tartus e la base aerea militare a Latakia e ciò le permetterebbe di esercitare una notevole influenza nel Mediterraneo orientale. Ma se le intese raggiunte hanno accorciato le distanze tra Mosca e Ankara, rimane l’interrogativo sulla risposta di Damasco. In fondo Putin ha concluso un accordo con un leader che sostiene le forze ribelli pronte a togliere dal potere il – legittimo- presidente Assad. Inoltre, non bisogna trascurare il fatto che Assad, a differenza dei suoi omologhi in altri paesi attraversati dalla Primavera araba, è riuscito a conservare l’appoggio dell’establishment militare.  Proprio per questo sarebbe sbagliato attribuire il merito di una futura ed eventuale vittoria sui ribelli esclusivamente all’intervento russo. Ad oggi Assad è sempre più determinato e vicino a riconquistare il Paese e perciò Putin dovrà muoversi con cautela per far sì che le truppe di Damasco accettino il permanere della presenza militare turca nella regione strategica di Idlib. Per il presidente siriano, le truppe turche stanno sostenendo dei terroristi ribelli, tra cui anche alcuni gruppi jihadisti. La pragmaticità in questa situazione è tutto e lungi da Assad, conscio del prezioso aiuto di Mosca contro i ribelli, mettere in crisi le relazioni con Putin a causa della presenza militare turca. Per conoscere la risposta di Damasco all’accordo tra Mosca e Ankara occorre attendere. Resta anche da valutare se effettivamente il cessate il fuoco sarà in grado di contenere il flusso di siriani in fuga e far decrescere le tensioni sul confine greco.