Rifiuti in Somalia, il neocolonialismo tossico che blocca la crescita africana

    Francesco Fatone

    La questione rifiuti tossici in Africa è nota da molto tempo, il dumping ha avuto devastanti effetti sulla salute della popolazione e sull’ambiente minacciando alcune delle attività principali delle popolazioni rurali che abitano l’Africa.

    Una tragica storia parallela al conflitto civile

    Il caso della Somalia è quello che desta maggiore preoccupazione tra gli esperti. La Somalia è stata teatro di una delle più importanti crisi politiche dell’Africa contemporanea, nella quale il caos politico ha portato a migrazioni di massa e allo sfaldamento dell’apparato statale.

    Per parlare dello scandalo rifiuti in Somalia bisogna guardare alla storia recente del Paese africano: già durante il conflitto per deporre Siad Barrè si erano verificati scarichi di rifiuti tossici da parte delle industrie delle potenze occidentali, ma anche una volta  terminata la guerra civile con la fine della presidenza di Siad Barrè. Lo Stato del Corno d’Africa avrebbe dovuto cominciare una nuova era politica ma non fu così e durante gli anni Novanta la Somalia sprofondò in un’ennesima spirale di violenza fino al collasso delle istituzioni nel 1997 che ha favorito lo scarico di rifiuti tossici in quel periodo. Già negli anni Novanta le attività svolte in Somalia divennero note nei Paesi sviluppati, quando l’UNEP ed altri enti cominciarono ad interessarsi al fenomeno. Nello stesso periodo il dumping divenne dilagante, favorito dai sanguinari conflitti e dall’assenza di controlli, ed emerse così l’ipotesi relativa allo scambio dei rifiuti con le armi: si pensava che i rifiuti tossici prodotti nei Paesi industrializzati venissero dislocati in alcuni Stati africani in cambio di tangenti e di armi scambiate con i gruppi politici locali. L’indagine andava però ben oltre la Somalia e coinvolgeva anche i governi occidentali che avrebbero guadagnato molto dalla situazione somala, il tutto con l’ausilio del crimine organizzato ed aggirando la Convenzione di Basilea del 1989 sui rifiuti speciali e la Convenzione di Lomè.  L’inchiesta portata avanti dalla giornalista RAI Ilaria Alpi non vide mai una conclusione, poiché sia lei che l’operatore Hrovatin furono uccisi a Mogadiscio nel 1994  in circostanze ancora oggi ritenute misteriose dopo un’intervista con Abdullahi Mussa Bogor.

    Dopo il fallimento delle istituzioni pubbliche, alcune cliniche private, spesso legate ad organizzazioni umanitarie, continuarono ad operare e riscontrarono gravi problemi di salute come malattie sconosciute sia nella popolazione che negli animali che abitavano le aree di scarico. Il problema dei rifiuti non fu dimenticato, ma passò in secondo piano rispetto all’urgenza che c’era di ricostruire un Paese ormai fallito.

    Durante il 2004, lo tsunami dell’Oceano Indiano fece arenare sulle coste somale containers e fusti pieni di rifiuti tossici, riportando all’attenzione la vicenda degli scarichi del decennio precedente. Gli scarichi, avvenuti sia lungo la costa sia nell’entroterra, hanno avuto un impatto importante sulla salute, sui mezzi di sussistenza e sullo uno sviluppo sostenibile della Somalia, senza contare la violazione del diritto alla vita, all’ambiente e alla sicurezza alimentare. Questi hanno portato anche all’inagibilità di molti campi, ad una lunga crisi alimentare non ancora risolta ed aggravata dai cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo la fascia del Sahel.

    Il 2005 è l’anno del rapporto più importante dell’UNEP sulla Somalia e dell’inchiesta dell’UNDP dai quali emerse chiaramente come gli scarichi tossici avessero infettato l’acqua e l’aria provocando malattie respiratorie, esofagee e tumori della pelle nella popolazione: i dati sull’incidenza di cancro, aborti e malformazioni nei neonati erano allarmanti.

    La situazione dei rifiuti è ancora un problema in Somalia (e in Africa)

    Nonostante dal settembre 2012 sia iniziato un lungo processo di ricostruzione dello Stato somalo ad oggi il problema continua ad esistere. Gli effetti dei rifiuti tossici hanno avuto un impatto profondamente negativo sulla pesca, avvelenando l’acqua del mare e uccidendone la fauna; molti pescatori hanno risentito di questa situazione e hanno dovuto darsi alla pirateria o soccombere alla disoccupazione portata dal danno ambientale. Quasi la maggior parte della popolazione costiera era legata alla settore della pesca, mentre ora restano solo pochi pescatori e la pesca illegale è ormai divenuta un problema per la Somalia. Da parte dei primi governi post-ricostruzione la questione è stata ignorata per via dei costi ingenti, delle difficoltà nell’intercettare rifiuti nell’entroterra e nel mare e perché non rientrava probabilmente nelle priorità per la ricostruzione del Paese.

    Oggi al problema degli scarichi illegali si è aggiunto anche quello del trasporto illegale del carbone e nel 2018 il Presidente Farmajo ha deciso di fare un passo in avanti chiedendo la collaborazione internazionale per contrastare la pesca illegale, lo scarico di rifiuti e altre attività illegali nell’Oceano Indiano, invitando i Paesi africani all’unità nel garantire un uso sostenibile e legale delle risorse idriche. Durante la conferenza sull’economia blu a Nairobi, ha dichiarato: “Parliamo della creazione di risorse marittime sostenibili e della necessità di investimenti e industrie ma è importante prima parlare delle attività illegali della nostra costa“. Probabilmente la conferenza ha aperto un nuovo capitolo nella storia somala, in quanto Farmajo ha dato l’impressione di voler lavorare per una Somalia che possa ripartire da un’economia marittima sostenibile ed ha parlato di studi su una strategia globale capace di reinventare l’intera economia del Paese del Corno d’Africa basandosi sul blu, ma per garantire tutto ciò sarà necessaria una forte cooperazione da parte delle organizzazioni regionali a detta del Presidente somalo.

    L’Unione Africana dovrà lavorare molto sul tema ambientale nei prossimi anni: la Somalia è stata semplicemente il caso più eclatante di “razzismo ambientale” ma molti altri Paesi stanno soffrendo pesantemente la presenza dei rifiuti occidentali. L’unica risposta efficace può dipendere dalla compattezza africana e dal buon senso europeo; inoltre il recente riformismo verde europeo prevede che l’UE dovrà avere un ruolo attivo nelle relazioni con l’Africa e con i Paesi in via di sviluppo per un futuro sostenibile ma molto dipenderà anche dalle risposte che daranno gli stessi Stati africani e dalla presenza o meno di un riformismo verde nel continente nero, che per ora sembra difficile ma non impossibile.