La Russia di Putin

    Silvia Luminati

    Nel continente europeo, la Russia risulta tra i Paesi meno colpiti dall’emergenza Covid-19 visti i pochi casi di contagio confermati. Il presidente Vladimir Putin ha comunque deciso di applicare delle misure restrittive fino alle fine del mese per combattere la diffusione dell’epidemia. Tuttavia, a destare preoccupazione non sono soltanto le conseguenze sanitarie, ma anche quelle economiche. L’OCSE ha già previsto una diminuzione dell’1.2% del PIL russo nel 2020 e il prolungamento della chiusura di molte attività rischia di far registrare anche un drammatico aumento della disoccupazione nelle grandi città. Lo shock economico prodotto dal coronavirus potrebbe avere conseguenze molto negative a medio e a lungo termine sull’economia russa, soprattutto se il fermo produttivo cinese dovesse protrarsi. Infatti la Cina è il partner commerciale più importante di Mosca: soltanto nel 2019, gli scambi commerciali tra i due Paesi hanno raggiunto i 100 miliardi di dollari . In questo clima di preoccupazione per la pandemia in atto e con le economie mondiali in affanno, non sorprende che la notizia del nuovo emendamento alla Costituzione russa sia quasi passata inosservata.

    Il nuovo emendamento

    Dopo mesi di dibattiti sulla riforma della Costituzione, il 10 marzo, la Duma ha approvato un emendamento che “azzera” i mandati di un presidente in carica o di un ex presidente al fine di consentirgli la candidatura a elezioni future. Non si abolisce dunque il limite dei due mandati presidenziali consecutivi previsto dalla Costituzione, in quanto l’emendamento si limita a stabilire che si non si debbano contare i mandati già svolti. La proposta della deputata ed ex cosmonauta Valentina Tereshkova, che consentirebbe di fatto a Putin di ripresentarsi alle elezioni del 2024 e del 2030, ha già incassato l’approvazione della Corte Costituzionale e sarà discussa in Senato e nei consigli regionali. Come ultimo step, il popolo russo sarà chiamato a pronunciarsi con un referendum, previsto per il 22 aprile ma poi rimandato a causa dell’emergenza Covid-19. Anche se Putin si è più volte espresso contrario all’abolizione del limite dei mandati presidenziali, è lecito aspettarsi che si presenti almeno alle elezioni del 2024. Ma si potrebbe ipotizzare anche la candidatura di Dimitri Medvedev, braccio destro di Putin, nel 2030 o nel 2036 per sostituirlo alla presidenza. Infatti, è già accaduto che i due si alternassero: nel 2008, Medvedev si è presentato alle elezioni presidenziali, vincendole, mentre Putin ha svolto il ruolo di primo ministro continuando a controllare di fatto la politica russa. Insomma, la decisione presa dalla camera bassa del Parlamento russo sembra voler consolidare ulteriormente il sistema di potere che si è creato attorno al leader, rimandando a data da destinarsi la preparazione ad una transizione di potere.

    Se Putin dovesse rimanere alla guida della Russia fino al 2036 supererebbe anche Stalin che guidò l’Unione Sovietica per trent’anni fino alla sua morte. È al vertice da più di 20 anni, da quando, nel 1999, il presidente Boris Eltsin rassegnò all’improvviso le dimissioni e lo nominò presidente ad interim mentre ricopriva la carica di primo ministro della Federazione Russa.  Ex- dirigente dell’FSB, erede del KGB sovietico, e personaggio ancora poco conosciuto, Putin si presentò subito come un politico favorevole alle riforme, all’occidentalizzazione del Paese e a smantellare le vecchie strutture sovietiche. In poco tempo il consenso verso il suo operato crebbe così tanto da permettergli di governare il Paese ininterrottamente dal 2000 al 2008 e poi di nuovo dal 2012. La sua longevità politica ha spinto molti a chiamarlo con l’appellativo di “zar”.

    Vent’anni di Putin

    Ripercorrendo brevemente questi vent’anni di potere, non si può non partire dalla difficile fase di transizione che Putin si è trovato a gestire fin dal 1999. La dissoluzione dell’Unione Sovietica poneva l’esigenza di profonde riforme politiche, economiche e sociali. I primi anni di presidenza di Eltsin avevano provocato una grave crisi economica che poi Putin ereditò. Le politiche adottate tra il 2000 e il 2008 permisero ai cittadini russi di godere di un maggior benessere grazie ad una crescita sostenuta del PIL. Ma la terribile crisi economico-finanziaria del 2008, che ha sconvolto l’economia globale, gettò il Paese in un susseguirsi di periodi di recessione che rivelarono le fragilità delle riforme di Putin. Queste si dimostrarono insufficienti e incapaci di cambiare davvero il sistema economico russo che tutt’ora si caratterizza per un’eccessiva centralizzazione, burocratizzazione, corruzione e scarsa innovazione. Inoltre, il gigantesco e inefficiente apparato industriale sovietico non fu mai davvero smantellato e, a gravare ulteriormente la situazione, arrivarono le sanzioni occidentali in seguito all’annessione della Crimea. Le misure hanno riguardato l’accesso della Russia ai capitali ma anche al mercato delle tecnologie utilizzate per la produzione del petrolio. Per un Paese così dipendente dal settore degli idrocarburi -petrolio e gas- le sanzioni hanno peggiorato la fase di stagnazione in cui già si trovava l’economia e dalla quale deve ancora riprendersi. I risultati di questi vent’anni di politiche socio-economiche possono essere riassunti con i 20.9 milioni di russi che vivevano sotto la soglia della povertà tra gennaio e marzo 2019, secondo Rosstat (Russia’s State Statistics Service). Per completare la riflessione sulla politica economica di Putin, non si può non fare un accenno anche alla cosiddetta casta degli imprenditori-oligarchi. All’inizio della sua stagione politica, Putin aveva aspramente criticato quella ristretta cerchia di persone accusandole di essersi impadronite delle risorse del Paese durante il crollo dell’URSS. Così, fin dal 2000, Putin iniziò delle opere di nazionalizzazione di diverse imprese di importanza strategica (settore energetico), ma ben presto questa guerra contro gli imprenditori-oligarchi fu abbandonata. Di fatto il presidente si accerchiò di personaggi a lui fidati collocandoli a capo di molti gruppi pubblici e dando così vita a quello che molti analisti definiscono un sistema economico corporativo.

    In questi vent’anni Putin ha guidato il Paese anche attraverso delicate fasi politiche. Basti pensare all’attacco al teatro Dubrovka nel 2002 e alla scuola di Beslan nel 2004 da parte dei separatisti ceceni. Proprio la vittoria sul secessionismo in Cecenia, la guerra al terrorismo interno e poi internazionale gli permisero di conquistare il sostegno della popolazione, grazie anche ad una macchina propagandistica che ha saputo creare l’immagine di un leader forte e deciso. Questa si è rivelata ancora fondamentale durante le rivoluzioni “colorate” in Georgia e in Ucraina, presentate all’opinione pubblica come una strategia americana di espansione nello spazio post-sovietico. Lo stesso Putin le ha definite come una minaccia alla sicurezza russa e alla stabilità dello spazio euroasiatico. Ma la poderosa macchina di propaganda è soltanto un aspetto del sistema che governa la Russia; infatti, l’era Putin si caratterizza anche per un potere fortemente personificato e centralizzato. Insomma, in questi vent’anni si è semplicemente assistito al rafforzamento della “verticale del potere” e al consolidamento di quel “sistema del presidente” previsto dalla Costituzione del 1993.

    Affermare però che la Russia stia volgendo verso un sistema totalitario potrebbe apparire come una considerazione superficiale e vittima di stereotipi. Certo, se si mette a confronto la “democrazia controllata” russa con gli standard di quella occidentale, è inevitabile che emergano delle differenze. Nel Paese vige un sistema partitico al cui centro c’è Russia Unita e dove gli avversari del presidente faticano ad emergere e a candidarsi a causa di intimidazioni e di una propaganda volta a screditarli. Ma non si possono non citare anche le gravi violazioni nel campo dei diritti umani: sono ben note le atrocità commesse dall’esercito russo in Cecenia, gli arresti agli attivisti oppositori del leader e le minacce alla stampa indipendente. Ma allora come descrivere la Russia di oggi? Una prima chiave di lettura suggerisce l’idea di un Paese che rivendica il “carattere autoctono” della democrazia russa in cui convivono il conservatorismo ufficiale di Putin, il populismo e il patriottismo. Oppure, si potrebbe interpretare la Russia attuale a partire dall’intervento di Putin al Parlamento: “sono sicuro che un giorno il potere non sarà più così personificato. L’autorità presidenziale non deve essere legata ad una sola persona”.  Le sue parole sembrano far riferimento invece ad un Paese che sta ancora attraversando la fase di costruzione della democrazia.