Teheran ha fatto male i calcoli

    Enrico Mariutti

    Negli ultimi due anni i media internazionali hanno descritto la crescente ostilità tra gli Stati Uniti e l’Iran come una partita a scacchi tra grandi giocatori. All’indiscutibile primato economico e militare statunitense la Repubblica Islamica è in grado di contrapporre una fitta rete di relazioni privilegiate nella regione, milizie ben armate e ben addestrate, una crescente empatia nell’opinione pubblica internazionale, una storia, una religione e una cultura radicate in Medio Oriente da secoli. Un sistema di pesi e contrappesi, insomma. All’alba del 3 gennaio questa narrativa è andata in frantumi.

    Uccidendo il generale Soleimani Washington ha dato uno schiaffo in faccia a Teheran, di fronte a tutta la comunità internazionale. E la Repubblica Islamica ha scoperto improvvisamente di avere ben poche opzioni per pareggiare il conto. Oltretutto, una peggio dell’altra.

    Intanto, con questo attacco, Washington fa subito un goal a porta vuota: sbilancia profondamente gli equilibri interni all’Iran, consegnando il Paese nelle mani dei falchi. E questo, nei disegni della Casa Bianca, dovrebbe scongiurare l’unico grande timore statunitense: quello di non riuscire a far passare gli iraniani come fanatici integralisti, arretrati e pericolosi.

    A questo punto, la reazione iraniana può seguire grosso modo tre direttrici.

    Innanzitutto, Teheran può mettere a ferro e fuoco la regione scatenando le milizie filoiraniane in Iraq, in Siria e in Yemen. La mossa innescherebbe una sanguinosa reazione a catena che coinvolgerebbe tutte le principali potenze regionali (Israele, Turchia e Arabia Saudita). Presto, però, Teheran si troverebbe isolata. Da una parte, infatti, Tel-Aviv, Ankara e Riad hanno saputo tessere una fitta rete di relazioni internazionali e dall’altra nessuno vuole un conflitto ad alta intensità e su larga scala proprio lì, nel cuore del sistema energetico globale.

    In alternativa, l’Iran potrebbe attaccare direttamente le forze armate americane, dislocate un po’ ovunque nella regione. Ma anche in questo caso si tratterebbe di una ritorsione controproducente. Teheran, infatti, creerebbe le condizioni ideali perché gli USA reagissero con bombardamenti mirati all’interno del territorio iraniano, realizzando l’obbiettivo strategico più ambito dall’Amministrazione Trump.

    Infine, a Teheran rimane la wild card: il terrorismo. Inutile farsi cogliere della pruderie, il regime iraniano in passato ha già fatto ricorso a questo strumento ed è naïve pensare che in questo momento l’opzione non sia sul tavolo a Teheran. Ma oggi, a differenza di 40 anni fa, il prezzo sarebbe assai più pesante: con qualche kilogrammo di tritolo l’Iran distruggerebbe la credibilità costruita pazientemente negli ultimi 10 anni, le fondamenta del suo disegno egemonico sulla regione mediorientale.

    A questo punto è praticamente impossibile prevedere come reagirà la Repubblica Islamica ma una cosa è certa: non sarà una mossa intelligente. E questo perché Teheran non ha scelta, si è andata a infilare in un vicolo cieco.

    Oggi può sembrare paradossale attribuire una qualche responsabilità di questa pericolosa escalation all’Iran ma basta tornare indietro di un paio d’anni per cambiare prospettiva.

    Le minacce infuocate di Donald Trump durante la campagna presidenziale, il network internazionale che ha sostenuto finanziariamente la sua candidatura, la nomina di Mike Pompeo prima e di John Bolton dopo, erano segnali inequivocabili: all’apertura di Obama sarebbe inevitabilmente seguita un’ondata di reflusso.

    Dopo tre anni di espansione politica ed economica gli iraniani dovevano capire che era il momento di consolidare le nuove posizioni e, anzi, prepararsi a qualche concessione, a qualche passo indietro. Non perché fosse giusto farlo ma perché era l’unica opzione logica. Al contrario, farsi coinvolgere in un confronto in punta di fioretto con gli Stati Uniti di Donald Trump non è stata una scelta molto oculata.

    Parafrasando Sun Tzu, un buon generale combatte solo le battaglie che è ragionevolmente sicuro di vincere. E, ugualmente, un buon governante non gioca d’azzardo sulla pelle del suo popolo. Qualcuno a Teheran si è dimenticato che l’Iran non è la Russia o la Cina e, per quanto possa suonare strano nel XXI secolo, nella scala delle potenziali minacce globali non vale neanche quanto la Corea del Nord.

    Il governo iraniano aveva tutti i dati e tutti gli strumenti per capire che con l’elezione di Donald Trump scenari di questo genere diventavano improvvisamente più che plausibili. Era interesse di Teheran correre ai ripari. E non aver preso alcuna contromisura è una grave responsabilità strategica per uno Stato che ambisce a un ruolo egemonico, seppur su scala regionale.

    Se non vuole farsi del male, la Repubblica Islamica deve prendere coscienza quanto prima del contesto strategico in cui si sta muovendo.

    Negli ultimi venti anni il focus della politica estera statunitense si è spostato gradualmente dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico e le risorse petrolifere della regione mediorientale, pur rimanendo un gigantesco affare, non sono più vitali per la sicurezza nazionale americana. Washington, che ha iniziato a smobilitare dalla regione, non vuole, però, lasciare un vuoto di potere che possa essere colmato da qualche rivale diretto, come la Russia, la Cina o, perché no, l’Europa.

    In poche parole, dal punto di vista strategico gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse a destabilizzare il Medio Oriente, così che il tandem Israele-Arabia Saudita sia in grado di preservare gli interessi statunitensi in una regione sostanzialmente ingovernabile, mentre l’Iran non ha alcun interesse a destabilizzare la regione su cui vuole estendere la sua egemonia, a meno che non voglia governare un cumulo di macerie.

    Perciò, al di là dell’apparenza, Washington si trova in una situazione win-win (vince in ogni caso), mentre Teheran si trova in una posizione lose-lose (perde in ogni caso).

    Oltretutto, se nelle rappresaglie iraniane ci andasse di mezzo qualche soldato italiano, francese o tedesco, al confine con il Libano o nella Green Zone di Baghdad per esempio, con chi se la prenderebbe l’opinione pubblica europea?