Turkmenistan ed Estremo Oriente: le priorità strategiche di Gazprom lungo l’asse orientale

    Giannicola Saldutti

    Le polemiche a riguardo dell’apertura del gasdotto North Stream 2 verso la Germania, nonché le indecisioni sulla rotta balcanica del noto Turk Stream, segnano l’ora di un nuovo approccio della Gazprom nei confronti delle politiche di import/export e, soprattutto, un cambiamento delle traiettorie privilegiate rappresentato da una prevedibile virata verso Oriente.

     L’obiettivo è noto: saldare sia l’Europa che l’Asia agli approvvigionamenti russi e sbaragliare sul campo qualsiasi progetto concorrente (come la Tap) puntando su velocità e stabilità di consegna (elementi garantiti dalla presenza di linee di gasdotti costruiti appositamente), nonché avvalendosi di un prezzo contenuto, trattato di volta in volta a seconda di chi c’è dall’altra parte del tavolo; in altre parole, un brand a completa disposizione delle esigenze strategiche di Mosca. Che l’approvvigionamento energetico sia la principale arma geopolitica a disposizione della Russia è cosa ormai nota, così come è noto il peso specifico occupato dal colosso Gazprom nelle dinamiche politiche interne al Paese. Lo spostamento dell’asse geo-economico verso  Oriente ha compreso, dunque, anche il recupero del rapporto tra Gazprom e le compagnie statali dell’Asia centrale, in un’operazione di completo restauro del comparto economico e politico dei territori russi siti aldilà degli Urali, annunciata già sul finire del 2018 nel Forum Economico di Vladivostok.

    Da tenere a mente, nell’ottica dello sviluppo infrastrutturale regionale, il contratto siglato diversi anni fa da Gazprom con la China National Petroleum Corporation che vede il colosso russo rifornire Pechino di 38 miliardi di metri cubi di gas per circa 400 miliardi di dollari attraverso il nuovo gasdotto “Sila Sibiri”, conosciuto come “Power of Siberia”, una rete di circa 3 mila chilometri che renderà la Russia il principale fornitore del Celeste Impero. Ma mentre la Cina, per ragioni meramente geografiche, non ha avuto troppa scelta nell’individuare in Mosca un partner privilegiato, una situazione diversa, per la Gazprom, è andata configurandosi in Asia centrale, in uno spazio dove la dissoluzione dell’Urss ha senz’altro indebolito le presenza delle istituzioni russe in una regione di per sé molto ricca di risorse naturali, le quali sono state utilizzate spesso come oggetto di “ritorsione” nei confronti di Mosca per via dell’alto potenziale di transitabilità di alcuni Paesi come Kazakhstan, Uzbekistan o, non per ultimo, il Turkmenistan. Proprio con quest’ultimo la Russia ha sempre intrattenuto relazioni difficili, le quali hanno toccato il fondo nel 2009, in occasione del misterioso incidente avvenuto al tratto di gasdotto a confine tra Turkmenistan ed Uzbekistan, in virtù del quale i rapporti energetici tra Mosca ed Ashgabat sono stati interrotti.

    Il Turkmenistan rappresenta il quarto Paese al mondo per riserve di gas naturale, l’interscambio con la Russia solo nel 2004 toccò i 40 miliardi di metri cubi di gas. Il rapporto energetico tra i due Paesi è attivo fin dai tempi dell’Urss, quando a legiferare in merito era il potente MinGazProm SSSR. Il congelamento delle relazioni diplomatiche ed energetiche russo-turkmene avvenuto anni fa (con Gazprom che ha giustificato la cosa tirando in ballo l’abbassamento dei prezzi e la ormai sconveniente triangolazione del gas comprato dai turkmeni e rivenduto ai mercati europei) ha aperto delle scenari poco graditi a Mosca: il Mar Caspio ha aperto la strada al rifornimento dell’Europa attraverso l’ambiziosa Trans Adriatic Pipeline (Tap), fonte principale della quale è proprio il Turkmenistan, il quale, dopo che l’assemblea dei cinque Paesi caspici si è definitivamente accordata sullo status giuridico del vasto specchio d’acqua condiviso, si vede sempre più incentivato alla costruzione del gasdotto sottomarino che permetterà al gas di arrivare sulle sponde azere per poi giungere attraverso il ponte anatolico lungo le coste dell’Italia meridionale.

    Dalla morte di Niyazov, plenipotenziario Presidente del Turkmenistan post-sovietico in carica fino al 2006, il nuovo leader Gurbanguly Berdimuhammedov è stato protagonista, negli ultimi anni, di una svolta nelle relazioni con la Russia; i sempre più affabili rapporti con Putin, le visite al Cremlino con tanto di doni, ma, soprattutto, il riavvicinamento della Gazprom hanno fatto da apripista alla notizia che era ormai circolava nell’aria: recentemente il vice-ministro russo dell’energia Anatolij Janovskij ha annunciato la firma, da parte di Gazprom, di un contratto di fornitura quinquennale con Ashgabat che potrebbe superare il miliardo di metri cubi preannunciato in aprile, permettendo al colosso russo di rimediare allo squilibrio esistente tra il suo altissimo export ed il bassissimo import. Gazprom Export non ha ancora rilasciato dichiarazioni in merito.

    Quel che è certo è che le tre visite dall’ottobre 2018 ad Ashgabat del vice-Presidente del Cda di Gazprom Aleksej Miller avevano già preannunciato un ritorno della Russia sul suolo turkmeno, il rinnovo di una collaborazione che, a quanto pare, non si limita al settore energetico, ma anche a quello militare: l’acquisto di diverse corvette e mezzi anfibi made in Russia da parte di Ashgabat ha preceduto di poco l’arrivo nella capitale turkmena del ministro russo della Difesa Sergej Shoigu il 9 giugno scorso. Lo scopo della visita di Shoigu era di ribadire l’impegno russo verso la sicurezza dei confini e degli interessi commerciali di un partner così promettente. Non è certo un mistero che Mosca abbia intenzione di rilanciare la propria presenza nel quadrante centroasiatico e che per riuscirci abbia assolutamente bisogno di un partner affidabile che vive un momento di seria difficoltà. Il “ritorno” di Ashgabat tra le braccia di Gazprom, che sa un po’ di parabola di figliol prodigo, è giustificato proprio dal bisogno del Turkmenistan di trovare un acquirente affidabile oltre a Pechino. Diversi analisti hanno ipotizzato uno scenario ritenuto verosimile: Ashgabat starebbe saldando i suoi debiti verso la Cina proprio attraverso le consegne di gas naturale, rendendo impossibile la monetizzazione e la ripartizione dei proventi, con nessun beneficio sulla sua già precaria economia nazionale.

    La cosa ha spinto Berdimuhammedov a cercare nuovi acquirenti e monetizzare in fretta, accettando di vendere a Gazprom ad un prezzo bassissimo che si aggirerebbe intorno ai 110 dollari ogni 1000 metri cubi, secondo quanto pubblicato in fonte anonima dal portale Caspian Barrell. Rimane da capire fino a che punto Gazprom riuscirà a reinserire definitivamente nella propria sfera di influenza il Turkmenistan per realizzare un obiettivo strategico fondamentale: rallentare la Tap, costringendo l’establishment europeo a rivalutarne cubatura e percorso.

    Fonte: Eurasian Business Dispatch