Migrazioni e conseguenze sulla popolazione

    Monika Beben

    Negli ultimi anni la globalizzazione ha stravolto completamente il modello migratorio, rendendo gli spostamenti tra i vari Paesi più semplici e frequenti. Al giorno d’oggi il contrasto all’immigrazione illegale è considerata come priorità, in cima alle agende politiche degli Stati, tralasciando l’importanza dell’integrazione dei migranti come valore. Vedremo qual è al giorno d’oggi il ruolo delle organizzazioni internazionali e degli Stati nel promuovere l’integrazione così come gli enormi vantaggi che derivano da una corretta integrazione degli immigrati all’interno della società.

    L’incontro tra due culture

    Come è ben noto quando ci ritroviamo a parlare di immigrazione, affrontiamo spesso il problema della sicurezza nei suoi molteplici aspetti. Il problema di sicurezza più evidente con cui devono fare i conti i Paesi di destinazione dei migranti è sicuramente quello inerente al terrorismo e alla delinquenza. Il problema del terrorismo è un problema distinto dal fenomeno migratorio, ma sicuramente l’ingente flusso di persone che raggiunge i Paesi di destinazione, molto spesso, può contenere al suo interno delle cellule terroristiche provenienti dai Paesi africani. I Paesi di destinazione, dopo gli ultimi episodi aventi come attori i terroristi, temono l’immigrazione ancor di più, a causa di questa motivazione. La maggioranza degli europei occidentali infatti ritiene che la nuova immigrazione aumenti il rischio di atti terroristici[1]. Per quel che concerne la delinquenza, è necessario sottolineare un aspetto fondamentale: la diversità culturale. La diversità culturale è l’elemento essenziale per comprendere la mancanza, spesso, di inclusione di questi soggetti all’interno della società. Avendo usi, costumi, spesso credi religiosi differenti, e avendo subito violenze e abusi nel corso del proprio viaggio, questi soggetti a volte hanno una visione delle cose ben differente dai Paesi che li ospitano, così come sono differenti le loro abitudini. Sono molti gli studiosi che considerano gli immigrati provenienti da alcune parti dell’Africa come persone con un livello culturale molto lontano dai Paesi occidentali.

    La dimensione abitativa è, insieme a quella occupazionale, un tassello fondamentale nel percorso di integrazione sociale, interseca inoltre diverse necessità e ricopre molteplici funzioni contribuendo in maniera rilevante al processo di integrazione sociale. In Italia, a differenza di altri Paesi europei, si riscontrano scarse concentrazioni residenziali su base etnica. Se è vero che si registrano alcune concentrazioni di cittadini immigrati all’interno di determinati quartieri delle città italiane, dovute in parte alle caratteristiche del mercato abitativo degli affitti e al ruolo d’intermediazione esercitato delle reti sociali dei migranti per avere accesso all’abitazione, è altrettanto vero che tali concentrazioni, tranne rare eccezioni, non assumono carattere statisticamente rilevante. Secondo alcuni studi, vi sono delle tendenze del mercato italiano che spiegano questo fenomeno:

    • Un mercato abitativo meno “segregato” di altri Paesi;
    • l’assenza di gruppi etnici dominanti nell’edilizia pubblica o nell’housing sociale;
    • un persistente mix sociale nel tessuto urbano delle città italiane;
    • una dispersione geografica delle presenze migranti sul territorio nazionale.

    E’ necessario sottolineare inoltre che in Italia, almeno un quarto dei migranti vive in piccoli comuni con dimensioni inferiori a 10 mila abitanti. Secondo le analisi disponibili sembra che i migranti sviluppino un forte attaccamento al quartiere in cui risiedono e a valutarlo positivamente, quando in esso risiede la propria rete sociale di riferimento[2]. Pertanto si può concludere, che almeno in Italia, la dimensione abitativa, rispetto ad altri Paesi europei, non rappresenta un freno all’integrazione.

    Un ulteriore elemento che rappresenta un ostacolo all’integrazione è il timore che gli immigrati siano portatori di malattie. La vita che sono costretti ad affrontare, molto spesso, è una vita caratterizzata da un’estrema povertà, con scarsa alimentazione e scarse norme igieniche, questo li porta a contrarre malattie più facilmente. I Paesi di destinazione temono il diffondersi di queste malattie all’interno del proprio Paese, anche se è necessario sottolineare che i migranti, una volta arrivati nei Paesi di destinazione sono la maggior parte delle volte sottoposti a controlli e cure mediche. I migranti spesso possono non aver accesso a cure mediche nè prima di intraprendere il viaggio né durante il corso del viaggio. In particolar modo, il viaggio stesso, rappresenta per loro un grande pericolo dal punto di vista della salute; mancanza di un’alimentazione adeguata, condizioni climatiche avverse, violenze, traumi fisici e mentali sono soltanto alcuni dei pericoli che corrono durante il viaggio, mentre sono alla ricerca della salvezza. Di conseguenza, la valutazione della salute dei migranti, una volta arrivati ai Paesi di destinazione, rappresenta una sfida cruciale per i Paesi europei. Diversi Paesi dell’UE, come sottolineato precedentemente, in particolar modo quei Paesi considerati come punti di arrivo dei migranti (ad es. Croazia, Grecia e Italia) forniscono servizi di screening sanitario per la prevenzione delle malattie infettive, raccolgono dati sulle infezioni e sono dotati di sistemi di sorveglianza[1]. E’ quindi vero che i migranti siano portati di malattie? La risposta è no. Esiste un rischio molto basso che i migranti e i rifugiati trasmettano malattie alla popolazione del Paese ospitante. Secondo il report pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della sanità, è la condizione di migrante a favorire l’insorgere delle malattie. Molti, inoltre, arrivati nei Paesi ospitanti, vivono in condizioni di povertà e la permanenza nei Paesi di accoglienza aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, ictus o cancro. Poiché i migranti e i rifugiati rischiano di cambiare stile di vita, dedicandosi meno all’attività fisica e consumando meno cibo sano, sono anche più inclini a fattori di rischio per malattie croniche. Per quanto riguarda l’Hiv, ad esempio, una significativa porzione di rifugiati e migranti che sono Hiv positivi contrae l’infezione dopo l’arrivo in Europa[2].

    Altri problemi che è necessario considerare, che spesso rappresentano un freno ad una giusta integrazione sono i fattori economici. Il problema principale si riferisce al fatto che i migranti, spesso, occupano posti di lavoro che potrebbero invece essere attribuiti alle fasce sociali economicamente più deboli, facendo entrare in competizione i cittadini bisognosi, nell’ambito lavorativo. Nonostante sia vero che molto spesso, i datori di lavoro preferiscono assumere lavoratori che possano lavorare a compensi più bassi, quali ad esempio i migranti, è pur vero che essi occupano posti di lavoro ma allo stesso tempo ne creano altrettanti.

    Alla luce di questi elementi si può comprendere quanto l’integrazione dei migranti all’interno della società possa considerarsi per i Paesi una vera e propria sfida. I migranti spesso sono vittime di discriminazioni, abusi, xenofobia e violenza da parte dei cittadini. Dalle motivazioni (anche plurime) addotte da coloro che si sono percepiti discriminati, per un qualsiasi motivo, durante il lavoro in Italia (17 per cento degli stranieri) emerge come nel 91,8 per cento del totale dei casi di discriminazione è stato menzionato il fatto di essere straniero tout court; seguono come frequenza il modo di parlare italiano e il colore della pelle, mentre il motivo “religione” risulta decisamente meno menzionato (7,0 per cento)[3].

    Sulla base di un Report di Msf pubblicato nel 2016 è stata dimostrata la correlazione tra la violenza subita dai migranti e lo sviluppo dei disturbi mentali. Il rapporto di Msf ha preso in esame i richiedenti asilo residenti nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) nelle province di Milano, Roma e Trapani dal luglio del 2015 al febbraio del 2016. Lo studio evidenzia che i disturbi più diffusi sono quelli legati all’ansia (33,6 per cento), seguiti dai disordini da stress post traumatico (16,3 per cento), dai disturbi depressivi (11,9 per cento), dai disturbi della personalità (1,8 per cento) e dai disturbi cognitivi (0,7 per cento). Tra i 387 pazienti presi in esame dalla ricerca di Msf, quasi la metà (48,8 per cento) è stato vittima di eventi traumatici prima del viaggio, e l’82,4 per cento durante il viaggio. Gli eventi traumatici più frequenti prima di lasciare il proprio Paese sono l’aver assistito al rapimento o all’incarcerazione di un familiare (15,7 per cento), i conflitti tra famiglie (17,5 per cento) e il sentimento di rischio per la propria vita (3,9 per cento). Gli eventi traumatici riscontrati durante il viaggio sono il carcere e la detenzione (29,3 per cento), il coinvolgimento in conflitti (10 per cento), il lavoro forzato (4,4 per cento), la tortura (7 per cento), la violenza sessuale (3,4 per cento) e il sentimento di rischiare costantemente la propria vita (8,5 per cento). Il 37,6 per cento della popolazione analizzata ha dichiarato di aver subito eventi traumatici nel proprio Paese di origine o durante il percorso migratorio. Si sommano alle difficoltà precedenti, le difficoltà incontrate dopo l’arrivo: l’attesa di anni per l’ottenimento della protezione internazionale, la mancanza di prospettive di lavoro e di integrazione, la discriminazione e il razzismo quotidiani, la disillusione rispetto al proprio progetto migratorio, il sentimento di inadeguatezza, l’isolamento e il sovraffollamento delle strutture di accoglienza[4].

    Il concetto di “migration management”

    Negli ultimi anni è stato introdotto il concetto di “migration management”. La caratteristica centrale di questo nuovo sistema per la mobilità transfrontaliera a livello globale e per il fenomeno migratorio è la sua esaustività. Nacque infatti con la previsione di coprire tutti i tipi di mobilità umana, inclusa quella dei rifugiati. Un’altra caratteristica chiave è il tentativo di trasformare la migrazione in un processo più ordinato, prevedibile e gestibile e di far sì che le parti interessate coinvolte possano beneficiarne.[5] Questo implica da un lato una apertura più regolare nei confronti degli incentivi economici e dei vantaggi dei flussi migratori, dall’altro il mantenimento delle restrizioni nei confronti dell’immigrazione indesiderata. Ghosh propose un modello basato su tre pilastri:

    • riunire e armonizzare le politiche e gli interessi di tutti gli Stati interessati alla migrazione;
    • creare un nuovo quadro internazionale in tema di mobilità globale e di migrazione;
    • sottolineare l’importanza del ruolo degli attori, diversi dai governi, incluse le organizzazioni intergovernative e non governative, compagnie private e comitati di esperti che possano diventare più influenti nelle politiche di migrazione e le cui attività possano pertanto realizzare una maggiore armonizzazione.[6] Queste politiche sono necessarie in quanto soprattutto negli ultimi anni ‹‹it is worth stressing the connection between the emergence of migration management and a perceived migration crisis››.[7]
    Il ruolo delle organizzazioni intergovernative

    Vi sono numerose organizzazioni che si occupano del fenomeno migratorio; una delle più importanti è l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM/OIM), un’organizzazione internazionale fondata nel 1951 con il nome di Comitato Intergovernativo Temporaneo per i Movimenti di Migranti provenienti dall’Europa, costituito in seguito alla situazione originata dalla Seconda guerra Mondiale in particolar modo per quel che concerne il fenomeno migratorio e i movimenti di popolazioni. Nata con il mandato di aiutare i governi europei nell’identificazione di Paesi di reinsediamento per circa 11 milioni di persone che erano state sradicate dalla loro patria a causa della guerra, l’Organizzazione si occupò, nel corso degli anni ’50, del trasporto di quasi un milione di migranti. Assunse il nome di Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ne 1989. In quanto principale Organizzazione Internazionale specializzata in migrazione, l’OIM collabora con i suoi partner nella comunità internazionale al fine di:

    • assistere l’incontro con crescenti sfide nella gestione della migrazione;
    • comprendere in anticipo i problemi della migrazione;
    • incoraggiare lo sviluppo sociale ed economico mediante la migrazione;
    • accrescere la dignità umana e il benessere dei migranti.[8]

    L’OIM ha un ruolo fondamentale anche per quel che concerne l’inclusione dei migranti all’interno del Paese di destinazione. In particolare considera l’incontro con il mondo del lavoro fondamentale per la viabilità di un flusso migratorio ordinato e per una positiva integrazione nel contesto di accoglienza. Gli Uffici OIM, d’intesa con istituzioni e referenti nazionali e locali dei Paesi di origine e destinazione, possono agevolare l’incontro tra lavoratori stranieri e fabbisogno dei mercati del lavoro.

    Tra le iniziative realizzate vi sono:

    • Informazioni su aree e settori che offrono opportunità occupazionali;
    • Registrazione e pre-selezione in paesi terzi di lavoratori candidati all’emigrazione;
    • Supporto e assistenza tecnica alle amministrazioni interessate e a soggetti abilitati al reclutamento;
    • Corsi di orientamento linguistico e civico, percorsi di formazione e integrazione, d’intesa con interlocutori espressione delle realtà territoriali[9].

     

    L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) è un’Agenzia delle Nazioni Unite, specializzata nella gestione dei rifugiati, la quale collabora tuttavia anche nel campo delle migrazioni internazionali e nasce il 14 dicembre 1950, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con un mandato di tre anni necessari per portare a termine il proprio compito e destinato poi a sciogliersi. L’ACNUR si occupa principalmente delle seguenti categorie:

    • rifugiati
    • richiedenti Asilo
    • sfollati interni
    • rimpatriati
    • apolidi

    Uno degli obiettivi dell’ACNUR è quello di favorire l’integrazione dei rifugiati qualora non vi sia la possibilità di un rimpatrio. In Italial’integrazione costituisce una delle principali criticità del sistema d’asilo. L’UNHCR lavora con attori governativi e non-governativi per migliorare le opportunità di inclusione dei rifugiati nel tessuto socio-economico delle comunità ospitanti e al tempo stesso si impegna a combattere la xenofobia. Porta avanti progetti di sensibilizzazione ed integrazione in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, il Ministero del Lavoro e altri partner.

    Alcuni di questi progetti, sono ad esempio:

    1. Viaggi da Imparare, un sito destinato a docenti e studenti per promuovere nella scuola i temi dell’accoglienza, dell’integrazione e della solidarietà internazionale.
    2. Il progetto  Working for refugee integrationche intende riconoscere questo logo alle aziende che maggiormente si distinguono nel favorire l’inserimento professionale dei rifugiati[10].

    L’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), la quale con 57 Stati partecipanti, del Nord America, dell’Asia e dell’Europa, costituisce la più grande organizzazione di sicurezza regionale al mondo. Essa si adopera per assicurare la stabilità, la pace e la democrazia di oltre un miliardo di persone attraverso il dialogo politico su valori condivisi e iniziative pratiche che mirano ad un’influenza duratura[11]. Viene definito, ai giorni nostri, come “foro di dialogo politico”.

    Le origini dell’OSCE risalgono ai primi anni ’70, all’Atto finale di Helsinki (1975) e alla creazione della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) che, durante la guerra fredda, è servita da importante foro multilaterale per il dialogo e il negoziato tra Est e Ovest. Anche L’OSCE è un’importante organizzazione che collabora nella gestione del fenomeno migratorio. Tra I punti di forza dell’Organizzazione vi sono la sua vasta estensione geografica, l’ampia e diversificata partecipazione, la sua funzione normativa, l’impegno transdimensionale, le sue relazioni con i Partner mediterranei e asiatici per la cooperazione e la sua estesa presenza sul terreno.

    I settori principali del suo intervento sono:

    1. la regolamentazione dei flussi migratori: la gestione delle frontiere, la sicurezza dei documenti di viaggio, il contrasto alle minacce transnazionali, compresa la tratta di esseri umani lungo le rotte di migrazione;
    2. la facilitazione della migrazione legale: la gestione e la ricerca in materia di migrazione di manodopera e la raccolta e la sistematizzazione dei dati;
    3. il sostegno offerto alle persone e alle comunità: la libertà di circolazione, la tolleranza e la non discriminazione, l’integrazione dei rifugiati e il loro rinvio ad altri organi[12].

    Secondo l’OSCE il punto essenziale all’interno del fenomeno migratorio è sicuramente la CONOSCENZA. L’OSCE si impegna pertanto nella realizzazione di guide, manuali e materiale di formazione per migliorare le politiche e la legislazione degli Stati in materia di migrazione. L’Ufficio ha introdotto per la prima volta metodi innovativi per far fronte alle aspirazioni e alle vulnerabilità di uomini e donne migranti, nonché efficaci sistemi di raccolta e scambio di dati e statistiche sulla migrazione. Si avvale inoltre del Foro economico e ambientale, ovvero riunioni di esperti e seminari per informare gli Stati partecipanti in merito a ricerche sul fenomeno migratorio[13]. L’OSCE offre corsi di formazione a ministeri competenti, ad autorità locali e a rappresentanti sindacali e del settore privato, nonché alle comunità di migranti. Attraverso il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati, favorisce uno scambio di idee che porta allo sviluppo e all’attuazione di iniziative come ad esempio i Centri di risorse per i migranti creati in Tagikistan, in collaborazione con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), che offrono orientamenti ai migranti prima della partenza e dopo il loro rientro in patria.

    L’integrazione come valore 

    L’integrazione dei migranti è considerata una vera e propria sfida negli anni odierni resa ancor più difficile dal rapido incremento dei governi populisti nel mondo e dal rapido proliferarsi delle notizie dei mass media. Quello che molti non sanno è che l’integrazione dei migranti oggi apporta ampi benefici soprattutto per quel che concerne le entrate fiscali ed economiche. Un immigrato integrato nella società, ovvero che possiede delle relazioni lavorative e sociali investe denaro all’interno del Paese in cui vive con conseguente riduzione dei costi per il suo mantenimento da parte dello Stato.

    Il lavoro è sicuramente uno degli strumenti più efficaci per garantire un’integrazione dei migranti. Non solo permette loro di godere di uno status più dignitoso, ma essi interagendo con i compagni sono nella condizione di imparare la lingua e i costumi del Paese in cui risiedono oltre a provvedere loro stessi al proprio sostentamento, come abbiamo detto in precedenza. Non meno importante è sicuramente l’istruzione dei migranti.

    A tal proposito, in seguito alla crisi migratoria del 2015, l’UE ha adottato un Piano d’Azione (2016) per supportare i Paesi dell’unione in ambito di integrazione dei migranti. In particolar modo si è ribadita l’importanza dell’educazione, della coesione sociale, dell’integrazione lavorativa e dell’accesso ai servizi essenziali da parte dei migranti. Allo stesso modo l’UE mediante l’European integration network e l’European Migration Forum intende coordinare le politiche dei vari Stati membri offrendo loro la possibilità di discutere e di rimanere aggiornati sui topic inerenti la migrazione e l’integrazione. Nell’Unione Europea i migranti sono circa il 20 milioni e rappresentano il 4% della popolazione. Secondo un’analisi dell’ISTAT condotta nl 2018, l’Italia è penultimo Paese in Europa per migranti non istruiti. Secondo l’indagine, in Italia solo il 4.3 % degli stranieri ha frequentato un qualche corso di formazione nelle settimane antecedenti all’indagine, percentuale ben più alta in altri Paese europei: 32% in Svezia e Finlandia, 21% in Francia, 10% in Germania, con una media dei Paesi UE del 10%.

    Conclusioni

    Come è evidente, soprattutto dagli ultimi dati sopra riportati, c’è ancora molto lavoro da fare sulla strada dell’integrazione. Nonostante le linee guida e le politiche adottate dalle organizzazioni internazionali siano valide ed efficienti e sembrino coprire ogni aspetto inerente l’inclusione, quello che risulta carente è la loro corretta applicazione da parte dei singoli Stati.

    Come abbiamo visto in precedenza, è necessaria l’inclusione dei migranti in ogni sfera sociale, culturale, economica della vita. Non è sufficiente che il migrante sia integrato soltanto in una di queste sfere. Questo permetterebbe loro di dare un contributo positivo all’economia e alla società dei Paesi di destinazione, promuovendo, al tempo stesso, la coesione sociale. Le adeguate politiche di inclusione nei confronti dei migranti dovrebbero essere promosse dai Governi di ogni Paese. Essi dovrebbero sostenere i migranti così come nell’apprendimento della lingua di tale Paese, anche nel loro orientamento culturale. È chiaro che le politiche di inclusione non possono essere poste in essere esclusivamente dai Governi bensì anche da altri attori quali la società civile, le comunità religiose, il settore privato, i media, le istituzioni nazionali dei diritti umani e le associazioni di migranti e rifugiati.

    La sicurezza sociale gioca un ruolo fondamentale nella riduzione della povertà, nel prevenire l’esclusione sociale e promuoverne l’inclusione. La riluttanza nel riconoscere il diritto dei migranti irregolari alla sicurezza sociale può essere dovuto oltre che agli schemi di sicurezza sociale dei Paesi di destinazione, anche all’impatto che i migranti hanno sull’economia del Paese[14]. Il Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali riconosce il diritto di ciascuno alla sicurezza sociale, incluso il sistema di previdenza sociale[15]. Molto spesso ci si sofferma troppo sul concetto di “migrante” dimenticandosi che come essere umani, essi hanno i nostri stessi diritti.

    [1] Cfr. World Health Organization, Report on the Helath of refugees and migrants in the WHO European Region, 2018, pp 40-49

    [2] Cfr. www.osservatoriodiritti.it

    [3] Cfr. Istat, Vita e percorsi di integrazione degli immigrati in Italia, 2018, pp. 341

    [4] Cfr. Medici Senza Frontiere, Richiedenti asilo in Italia: un’indagine sul disagio mentale e l’accesso ai servizi sanitari territoriali, 2016

    [5] Cfr. M. Geiger- A. Pécoud, The Politics of International Migration Management, Palgrave Macmillan, England, 2010, pp. 2-3

    [6] Ibid

    [7] Ibid

    [8] Cfr. IOM, Is trafficking in Human Beings, Demand Driven? A Multi- Country Pilot Study, Geneva, 2003

    [9] Cfr. www.italy.iom.int

    [10] Cfr. www.unhcr.it

    [11] Cfr. OSCE, Che cos’è l’OSCE, Austria, testo reperibile in: www.osce.org

    [12] Cfr. www.osce.org

    [13] Cfr. www.osce.org

    [14] Cfr. OHCHR, Migration and Human Rights, op. cit.

    [15] Cfr. UN, International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights (1966), Art. 9 ‹‹The States Parties to the present Covenant recognize the right of everyone to social security, including social insurance››

    [1] Cfr. Istat, Vita e percorsi di integrazione degli immigrati in Italia, 2018, pp 334

    [2] Cfr. Istat, Vita e percorsi di integrazione degli immigrati in Italia, 2018, pp. 309-327