USA-Iran, ovvero la geopolitica ai tempi del Coronavirus

    Valeria Pinna

    Il 22 aprile 2020, nel pieno dell’emergenza da Coronavirus, la Repubblica Islamica dell’Iran è riuscita nel lancio in orbita del suo primo satellite militare (Noor).

    La notizia è stata riportata dal Corpo delle guardie della rivoluzione islamica. Il lancio è stato definito come un grande successo per lo sviluppo del settore spaziale iraniano. Il satellite ha orbitato la Terra a un’altitudine di 425 km. Nel lancio è stata anche impiegata una tecnologia innovativa basata su una combinazione di combustibile solido e liquido.

    L’attività spaziale dell’ISA (Iranian Space Agency) ha riscontrato il suo primo successo nel 2009, con il lancio del primo satellite civile iraniano e classificandosi tra i nove paesi che predispongono di sistemi di lancio autonomi. L’Iran è anche uno dei ventiquattro paesi fondatori della Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico, creata nel 1958.

    Stando a quanto dichiarato dal governo iraniano, il satellite Noor trasporta un sensore di immagine ma non ha nulla a che vedere con i moderni satelliti spia.

    Il lancio del satellite Noor ha seguito diversi fallimenti negli ultimi mesi tra cui quello di febbraio che ha riguardato il satellite per l’osservazione scientifica Zafar 1. Ciò che veramente interessa riguardo a questo risultato è che esso sia osservato con sospetto dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti vedono nei progetti dell’Agenzia Spaziale Iraniana il tentativo di sviluppare tecnologie militari correlabili a quelle dei missili balistici intercontinentali e questa riuscita rischia di essere la conferma a tali sospetti. A supportare questa ipotesi c’è il segretario di stato americano, Mike Pompeo che ha dichiarato che: “il programma spaziale iraniano non è né pacifico, né interamente civile”.

    Pompeo ha anche sollevato preoccupazioni sul fatto che il lancio da parte dell’Iran possa andare contro i principi sanciti dalla risoluzione  del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC 2231). Vale a dire il famoso accordo sul nucleare iraniano siglato nel 2015 tra Iran, Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Cina, Germania, Federazione Russa e Unione Europea e abrogato dagli Stati Uniti nel 2018. La risoluzione proibisce all’Iran di condurre qualsiasi tipo di attività o test su missili balistici.

    L’accordo, nello specifico, mira a ridurre le attività dell’Iran in ambito nucleare. Le misure previste riguardavano le scorte di uranio arricchito, il numero delle centrifughe, un regime di sorveglianza e di monitoraggio delle attività nucleari iraniane e infine l’embargo sulle armi fino al 2020 e fino al 2023 con riferimento alle tecnologie legate ai missili balistici.

    L’8 maggio del 2018, Donald Trump ha dichiarato la volontà di lasciare l’accordo del 2015. La conseguenza è stata la reintroduzione delle sanzioni unilaterali contro l’Iran, sanzioni che erano state sospese con l’entrata in vigore del trattato. La decisione di Trump è stata fortemente criticata dai partner europei poiché incrinava l’accordo di lunga negoziazione volto al mantenimento della sicurezza globale.  Infatti, l’accordo rappresenta una possibilità di dialogo su temi caldi e controversi. La scelta di Trump è stata giustificata affermando che le sanzioni economiche sono più efficaci di qualsiasi accordo.

    L’accordo era stato ulteriormente messo in crisi in seguito all’attentato americano del 3 gennaio 2020 contro il generale iraniano Qassam Soleimani. L’uccisione di Soleimani aveva inaugurato un 2020 ricco di tensioni e seri rischi di escalation. Tra le varie reazioni all’attacco c’era stata la minaccia di ritirata dell’Iran dagli accordi sul nucleare. La conseguenza è stata l’ulteriore riduzione delle restrizioni relative al programma nucleare iraniano. Questa riduzione ha a oggetto la rinuncia alle limitazioni sull’arricchimento dell’uranio. L’accodo stabiliva un livello del 3.7%, con la dichiarazione dell’Iran è stato aumentato al 5%. L’annuncio rappresenta la fine di fatto dell’accordo.

    Negli ultimi mesi la situazione è lievemente migliorata ma le ostilità non sono cessate. Il 15 aprile la tensione è tornata nel Golfo Persico con il rischio di uno scontro tra le cacciatorpediniere americane, stanziate nelle acque iraniane con l’obiettivo di controllare i traffici di petrolio, e undici barche Pasdaran. I governi di entrambi gli Stati hanno minacciato il fuoco nel caso di avvicinamenti o minacce alla sicurezza.

    La tensione era stata ulteriormente inasprita dall’affacciarsi di una nuova minaccia, la pandemia del Covid-19. L’emergenza sanitaria ha contribuito ad aggravare alcune dinamiche economiche e commerciali. In particolar modo, l’alto numero di contagi in Iran e la scelta degli Stati Uniti di mantenere il regime di sanzioni, hanno contribuito a rendere il quadro meno allegro. L’Iran è tra i dieci paesi al mondo più colpiti dalla pandemia e il paese con più vittime in Medio Oriente. A nulla sono valse le raccomandazioni da parte di Cina e UE sull’ipotesi di sospendere le sanzioni economiche statunitensi nei confronti dell’Iran. Le sanzioni limitano il commercio con l’Unione Europea e rendono difficile il reperimento di materiale sanitario, rendendo la lotta al virus ancora più ardua.